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Elezioni 2018: cercasi una politica per il futuro

  • Immagine del redattore: Roberto Toninelli
    Roberto Toninelli
  • 23 feb 2018
  • Tempo di lettura: 3 min

Si stanno per avvicinare le elezioni politiche del 4 marzo. E finalmente finirà una campagna elettorale quantomeno imbarazzante. La peggiore che abbia mai visto, anche se purtroppo ad ogni elezione sono costretto a fare questa considerazione.

Siamo in un momento storico cruciale, con questioni all’orizzonte di importanza mastodontica. Ci sarebbe da confrontarsi e ragionare per mesi interi su moltissimi temi. Il futuro dell’Europa, il ruolo dell’Italia nello scenario mondiale, la messa in sicurezza delle zone a rischio sismico, le riforme istituzionali, le scelte strategiche in campo economico, le politiche energetiche, le prospettive demografiche, i cambiamenti climatici, il destino del welfare, il consumo del suolo, l’ambiente. E potrei continuare. Ma meglio fermarsi per non farsi prendere dall’angoscia dovuta alla constatazione che di questi temi non si è affatto parlato (se non con qualche vago slogan). Stavo per elencare alcuni degli argomenti sui quali si è dibattuto in queste settimane, ma ho preferito fermarmi. I partiti si sono sfidati in una gara a chi faceva le promesse più irrealizzabili. Nella maggior parte dei cari, proposte che non guardavano al futuro (“faremo”) ma al passato (“aboliremo”). Evitando di dare un minimo di visione del futuro, di esprimere la loro opinione su ciò che è veramente importante per il nostro destino. Cioè evitando di fare politica.

Ci si chiede come è stato possibile arrivare ad un livello così basso. Forse ogni tempo ha i politici che si merita. Siamo nell’epoca del rancore, della rabbia, dell’indifferenza e dell’arroganza di chi pensa di aver capito tutto del mondo e di essere in grado di saper far tutto (basta fare un tour sui social). Quindi figuriamoci se si cerca di valutare la classe politica per ciò che propone o per come ha governato.

In ogni caso anche questa campagna elettorale fa emergere che c’è un grande bisogno di politica. Di politica vera. Alta. Capace di disegnare il futuro, di prospettare un sogno. Una politica capace di gestire e risolvere i problemi, e non di cavalcarli per speculare (elettoralmente) su di essi. Rispondendo alla rabbia e alla disperazione della gente con bugie e falsi slogan che parlano solo alla pancia delle persone, con il solo obiettivo di avere qualche voto in più.

In ogni caso mai come ora, politicamente parlando, mi sento orfano. Sicuramente orfano di un partito e di un progetto credibile. Ma ancora di più, orfano di una buona politica. E forse questa fatica di ritrovarsi in un partito (anche per chi, come me, ha quasi sempre avuto in tasca una tessera di partito) è proprio dovuta a questa assenza di progettualità e di visione del futuro. Ho ben presente la tradizione politica nella quale mi riconosco, ma non trovo nessun partito che rappresenti un progetto nel quale identificarmi.

Ma in tutto questo la fiducia non può mancare. Per questo faccio mie le parole di don Tonino Bello: “Chi spera cammina, non fugge! Si incarna nella storia! Costruisce il futuro, non lo attende soltanto! Ha la grinta del lottatore, non la rassegnazione di chi disarma! Ha la passione del veggente, non l’aria avvilita di chi si lascia andare. Cambia la storia, non la subisce!“. E queste parole ricordano che la politica non va solo “aspettata”, ma va costruita insieme. Una politica vera. Perché per costruire un futuro con più pace, giustizia, solidarietà, sviluppo, rispetto dell’ambiente (e potrei continuare) c’è bisogno di politica. Una buona politica. Fatta da tutti.

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Dal finestrino dell’aereo che porta verso Istanbul, si riesce a distinguere Venezia, l’antica capitale della Repubblica Serenissima che per secoli ha avuto rapporti strettissimi con l’Impero Ottomano, fatto di scambi e commerci ma anche di conflitti e continue tensioni. Un’immagine che fa da anticipazione alla seconda parte del viaggio che ho avuto l’onore e ili piacere di guidare che si è tenuto nell’ultima settimana del settembre 2023, che abbiamo organizzato come Acli provinciali di Brescia e Ipsia Brescia Odv, all’interno delle proposte di Fabula Mundi, il percorso di geopolitica che da 13 anni cerca di offrire opportunità per comprendere il mondo.

 

Le prime due giornate hanno avuto la Cappadocia come meta. Siamo arrivati con il buio ma già la mattina successiva era in previsione la famosa escursione con la mongolfiera. Qualcuno è salito e qualcuno (come me) ha visto lo spettacolo dal basso, vedendo decine di mongolfiere salire tra le formazioni rocciose che poi avremmo imparato a conoscere e il cielo che iniziava ad essere rischiarato da una splendida alba. Veramente un paesaggio unico.

La Cappadocia. Una terra meravigliosa, nella quale la natura ha giocato modellando la roccia in forme che sono uniche al mondo. Proprio in questo territorio vissero molte delle prime comunità di cristiani, per sfuggire dalle persecuzioni dei romani. Qui trovarono rifugio favorite dalla facilità dello scavare rocce fatte di morbido tufo nato da migliaia di eruzioni vulcaniche avvenute milioni di anni fa. I villaggi scavati nella roccia raccontano di un rapporto simbiotico tra l’uomo e l’ambiente naturale nel quale hanno vissuto queste comunità. Un rapporto diverso da quello al quale siamo abituati. Tra i giochi di tufo e le guglie dei bellissimi camini delle fate, si intravedono le aperture di porte, finestre e piccionaie. Abitazioni eremitiche o interi villaggi, che racchiudono oltre 2000 chiese. Alcune minuscole e semplici, altre più complesse e interamente affrescate. Il pensiero va a queste comunità di cristiani (ma non solo; molti villaggi sono stati abitati fino a pochi anni fa da persone di tutte le fedi), che hanno vissuto in totale simbiosi con l’ambiente che li ha ospitati. Un volo interno ha poi portato il gruppo (di 40 persone) a Istanbul. Città che dalla nascita della moderna Turchia (dopo la fine dell’Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale) ad opera di Mustafa Kemal Atatürk, ha ceduto lo scettro di capitale ad Ankara. Ma che resta un’enorme megalopoli di circa 20 milioni di persone. Posta tra le due sponde del Bosforo, ponte e anello di congiunzione tra l’Europa e l’Asia, è stata per secoli uno dei centri più importanti del mondo. Prima Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli nel 330 (periodo storico nel quale si tennero alcuni tra i più importanti Concili della Chiesa), capitale dell’impero romano d’Oriente (in realtà unico impero romano dal 476 fino al 1465) e poi dell’Impero Ottomano.

 

I secoli passati raccontano per esempio del grande ruolo dei genovesi, che hanno importato commerci, lasciato palazzi, la torre di Galata e un segno indelebile nella storia. Ma anche oggi bastano pochi minuti per passare dalle zone abitate da gruppi islamici tradizionalisti, al quartiere di cristiani ortodossi (intorno alla bellissima Cattedrale di San Giorgio, centro del Patriarcato di Costantinopoli), per incontrare poi a poca distanza una delle tante moschee.

Abbiamo visitato i principali monumenti e quartieri della città, posti tra le due sponde del Corno d’Oro, accompagnati da bravissime guide locali e da due docenti universitari esperti dell’area e della storia dei paesi islamici (gli amici Carlo e Michele). Ci hanno aiutato a leggere l’incredibile storia che si respira ovunque nella città, insieme a quello spirito cosmopolita e di accoglienza delle diverse comunità che è stato una caratteristica fondamentale nell’identità di Costantinopoli e che si coglie ancora nelle vie dei quartieri storici.

 

Durante il viaggio abbiamo vissuto momenti intensi (come quelli nella Moschea di Fatih e nella Moschea di Solimano) per conoscere e comprendere l’Islam, anche nel suo rapporto con il cristianesimo. Colloqui con una delle guide italo-turche pieni di spiritualità e di voglia di capire. Il clima che abbiamo respirato nelle Moschee era accogliente e di intensa spiritualità. Molto interessante è stato anche l’incontro con frate Luca della comunità dei domenicani, che ha raccontato della fatica (che è anche opportunità) di potersi raccontare e farsi conoscere alle altre confessioni religiose. Spesso il cristianesimo è visto come appartenenza etnica e non scelta di fede.

 

Il viaggio ha permesso di conoscere anche la più antica comunità storica italofona all'estero, quella levantina di Istanbul, raccontata anche nell’ultimo libro di Miguel Servelli, con il quale ci si è confrontati dentro un vivace caffè letterario del centro.

 

La geopolitica cerca di cogliere le dinamiche delle attuali relazioni internazionali. Ma sempre di più ci rendiamo conto che per comprenderle è necessario conoscere la storia, la cultura e la società di uno stato e di un popolo. E da questo punto di vista questo viaggio è stata un’ottima opportunità. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Le contraddizioni di una metropoli di 20 milioni di abitanti, i bambini e i giovani che cercano di sopravvivere con gli avanzi di cibo o con i rifiuti differenziabili raccolti in giro, i gatti presenti ovunque, la vitalità e laboriosità a tutte le ore del giorno e della notte, le migliaia di giovani che attraversano le vie dei quartieri, la rassegnazione per una situazione politica che appare difficile da modificare, e un popolo accogliente ed estremamente garbato e dignitoso. Ma pure le cene tipiche, gli aromi del narghilè e il raky (liquore tipico). Gli attraversamenti in battello tra Europa ed Asia, la rete della metropolitana (a Istanbul c’è la seconda metropolitana più antica del mondo, del 1875) e il secondo aeroporto più grande del mondo e il traffico caotico.

 

Ma anche i tentativi di minare la laicità dello stato che resiste nonostante Erdogan cerchi di costruire una forte identità turca basata molto sulla dimensione religiosa. Impressiona sapere che il ministero con la voce di spesa più alta è quello degli affari religiosi. Addirittura più della sanità, della pubblica istruzione o della difesa (e siamo nel paese con il secondo esercito della Nato). Tutti i costi relativi alla gestione delle moschee sono a carico dello stato. E molto altro, inclusa la stampa del Corano disponibile gratuitamente per tutti i visitatori e stampato in una decina di lingue. E amareggia vedere Santa Sofia (una delle meraviglie storiche e architettoniche dell’Europa) tornata ad essere nuovamente moschea dopo tanti secoli. Un edificio che sta per compiere 1500 anni e che è stato per quasi 900 anni cattedrale cristiana e poi moschea per altri 5 secoli. Una storia che rende questo meraviglioso edificio un potenziale santuario proprio del dialogo tra diverse religioni e culture. Una sfida che ci auguriamo possa essere colta prima o poi da questa meravigliosa città, per riuscire ad essere fedele alla sua storia e alla sua identità.

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