top of page
DSCF1997.JPG

CHERNOBYL E PRIPYAT 

Racconto e immagini della giornata nell'ex Centrale nucleare in Ucraina - 2010

A Chernobyl l’Unione Sovietica non è mai caduta. Sui lampioni ci sono ancora le luminarie con falce e martello che preparavano i festeggiamenti per l’imminente festa del lavoro. Sono passati quasi 24 anni da quella tragica notte del 26 aprile 1986 e tutto è ancora immobile come il giorno del disastro. Il luna park che avrebbe dovuto essere costruito di lì a poco è abbandonato e arrugginito: quello che avrebbe dovuto essere un luogo pieno svago, è diventato simbolo di morte e di distruzione. Nelle abitazioni non si può entrare perché è ancora troppo alto il livello di radioattività. E poi non ci sarebbe nulla da vedere visto che tutto (mobili, sanitari, vestiti, elettrodomestici, mattonelle ecc.) è stato saccheggiato e ri-venduto all’inizio degli anni novanta, alla caduta dell’Urss. Materiale pericoloso che è stato venduto e distribuito nelle case di migliaia di ignare famiglie. Già questo ci dice come sia difficile credere alle parole rassicuranti delle tre guide che ci accompagnano durante la visita al fantasma di Chernobyl. Ci assicurano che non ci sono più pericoli grazie ai controlli e alle precauzioni adottate. Forse è vero, paradossalmente, più intorno alla centrale e alla città che non nel resto dell’Ucraina e dell’ex Unione Sovietica. Il nostro viaggio è partito da Slavutic, città verde e moderna costruita in fretta e furia per ospitare parte delle 130mila persone evacuate nell’86. Buona parte dei residenti lavora ancora oggi alla centrale, che dà lavoro a 3.700 dipendenti oltre che agli impiegati delle ditte esterne, ma la disoccupazione au-menta insieme alla paura per il futuro. «Nel 2000, quando l’allora presidente ucraino Kucma decise la chiusura dell’ultimo reattore attivo, ci vennero promessi nuovi posti di lavoro, che però non abbiamo mai visto», ci dicono al piccolo museo della città, che mostra con orgoglio la vitalità e l’efficienza di questa giovane comunità di 25.000 abitanti. Dalla piccola stazione parte l’unico mezzo di trasporto possibile per arrivare alla centrale. Il treno che da Slavutic porta a Chernobyl attraversa lentamente la campagna tra Ucraina e Bielorussia. Nonostante la neve e il ghiaccio di questo lungo inverno, si intuisce quanto bello e vario sia il paesaggio, con la natura selvaggia che si sta riprendendo ciò che l’uomo le aveva sottratto. Gli ultimi villaggi abitati lasciano il posto a un ambiente dove ogni segno della presenza dell’uomo è abbandonato da quel giorno dell’86: strade, case, pali dell’energia elettrica, fermate del treno. Dove ora sono boschi e terreni incolti, c’erano villaggi e case che sono state completamente smontate e i materiali altamente radioattivi probabilmente riciclati per costruire abitazioni un po’ in tutta l’Ucraina. Le betulle alte e dal tronco largo lasciano il posto ad alberi striminziti che sembra non riescano a crescere. Dopo quasi un’ora il treno ferma nella stazione capolinea, completamente coperta e con i primi severi controlli: siamo arrivati a Chernobyl. Ci aspetta un pullmino riservato ai visitatori della centrale che in pochi minuti ci porta alla “città morta”, come la chiamano gli ucraini. Prypiat era nata nel 1970 in occasione della costruzione della centrale per ospitare la maggior parte dei dipendenti. Contava 48.000 abitanti con un’età media di 27 anni. Il 27 aprile, 36 ore dopo l’esplosione, la popolazione fu completamente evacuata, anche se alla gente venne detto che avrebbe potuto far ritorno alle loro case dopo 3 giorni perché era successo un “lieve incidente alla centrale”. Quel giorno per la città il tempo si è fermato. La neve rende ancora più intensa la sensazione di abbandono che a Prypiat si respira ovunque. La ve-getazione cresce libera. Lupi e orsi sono di casa. Negli ultimi anni sembra che alcune centinaia di persone, soprattutto anziani, siano tornati a vivere in città e nei paesi vicini, Chernobyl compreso. Le autorità, dopo numerosi e inutili tentativi di trasferimenti forzati, stanno ora cercando di fornire almeno i servizi essenziali a questa gente che non si rassegna all’idea di abbandonare una casa e un campo frutto di una vita di lavoro e sacrifici. Usciti dalla cittadina ritorniamo all’interno dell’enorme centrale, che con l’avvio dei reattori 5 e 6 avrebbe dovuto diventare la più grande al mondo. I lavori di ampliamento si sono fermati il giorno dell’incidente e non sono più ripresi. Fa un certo effetto essere di fronte a una sagoma vista tante volte in televisione o in fotografia. L’incidente fu causato soprattutto da madornali errori umani, aggravati da difetti tecnici nei sistemi di sicurezza della centrale. L’incendio del reattore 4 ha prodotto 200 tonnellate di materiali altamente radioattivi. Le guide e le cronache ufficiali parlano continuamente delle decine di “eroi” che sono morti in quei giorni per evitare conseguenze ancora peggiori, spegnando il vicinissimo reattore numero 3, che in realtà è stato disattivato definitivamente solo nel 2000, dopo le pressioni del G7. Ma poche volte vengono menzionati i cosiddetti “liquidatori”, 600.000 pseudo volon-tari che dal 26 aprile alla fine di novembre spensero l’incendio e ributtarono nel reattore a colpi di badile il materiale radioattivo. I liquidatori venivano da tutta l’Unione Sovietica; molti erano militari di leva a cui venivano promesse licenze e pensioni anticipate in cambio anche di pochi minuti di lavoro: i turni di esposizione a volte non superavano i 40 secondi. È impossibile sapere con precisione quali effetti abbiano prodotto le radiazioni su queste persone. Non esistono statistiche e sarebbe anche impossibile redigerle, visto che nessuno si era preso la briga di registrare i vari “volontari”. Nessuno sa neppure che fine ha fatto molto del materiale radioattivo non ributtato nel reattore, come quello prodotto dalla seconda esplosione del 6 maggio. Non esistono risposte certe a questa domanda. Le guide, informalmente, dicono che siano stati sommariamente seppelliti in buche qua e là nella campagna attorno alla centrale. Proprio quella dove ora pescano decine di persone. Ora intorno al reattore 4 fervono i preparativi per l’avvio del progetto Shelter Implementation Plan (Sip) che dovrebbe partire in estate. Si tratta di un nuovo “sarcofago” con struttura a doppia volta, alto ben 108 metri rispetto ai 70 dell’attuale copertura, largo 257 e lungo 150. Il costo di tutta la messa in sicurezza della centrale è attualmente stimato in 1.300 miliardi di dollari recuperati grazie agli aiuti di una ventina di paesi. Soprattutto quegli stessi Stati le cui grandi imprese si sono aggiudicati i lavori per un costo di circa 550 miliardi di dollari, come l’americana Bechtel e la francese Edf. I lavori dovrebbero garantire la sicurezza dell’impianto per i prossimi 100 anni. Nel frattempo la centrale sembra attiva ma i suoi dipendenti servono solo a garantire la sicurezza dell’impianto che in realtà è ormai improduttivo ed estremamente antieconomico. La visita alla centrale è terminata, dopo che i numerosi controlli prima di risalire sul treno ci rassicurano sulle radiazioni assimilate. Il treno che torna da Slavutich a Cernigov non trasporta solo lavoratori che tornato a casa dopo una monotona e malpagata giornata di lavoro, ma anche i pescatori che ab-biamo visto dal finestrino del treno, mezzi ubriachi di vodka. Nelle loro ceste il frutto della pesca nei fiumi e laghetti della zona intorno alla centrale. «Veniamo qui tutti i giorni e rivendiamo il pesce che si potrà acquistare il giorno successivo nei mercati», dice una ragazza al seguito dei pescatori. Quel pesce che è cresciuto nelle acque e nelle terre che non solo distano poco dalla famigerata centrale, ma che probabilmente tutt’ora contengono i materiali altamente radioattivi frutto dell’esplosione del 1986. Si riuscirà mai a capire la vera entità delle conseguenze di quella sciagurata tragedia? Probabilmente no, e la cosa che più inquieta, è che per molti decenni ancora molte persone dovranno portarne i segni nella propria vita. Come sempre, sono soprattutto i bambini a subire le conseguenze peggiori, essendo più esposti al rischio di leucemie e altre forme tumorali. A noi, così lontani e insieme così vicini a Chernobyl, resta da chiedersi se queste lezioni insegneranno mai a rispettare l’umanità e il creato con scelte e comportamenti responsabili e coraggiosi. Perché Prypiat, la “città morta”, possa restare un caso unico nel mondo.

  • Facebook
  • Instagram

Dal finestrino dell’aereo che porta verso Istanbul, si riesce a distinguere Venezia, l’antica capitale della Repubblica Serenissima che per secoli ha avuto rapporti strettissimi con l’Impero Ottomano, fatto di scambi e commerci ma anche di conflitti e continue tensioni. Un’immagine che fa da anticipazione alla seconda parte del viaggio che ho avuto l’onore e ili piacere di guidare che si è tenuto nell’ultima settimana del settembre 2023, che abbiamo organizzato come Acli provinciali di Brescia e Ipsia Brescia Odv, all’interno delle proposte di Fabula Mundi, il percorso di geopolitica che da 13 anni cerca di offrire opportunità per comprendere il mondo.

 

Le prime due giornate hanno avuto la Cappadocia come meta. Siamo arrivati con il buio ma già la mattina successiva era in previsione la famosa escursione con la mongolfiera. Qualcuno è salito e qualcuno (come me) ha visto lo spettacolo dal basso, vedendo decine di mongolfiere salire tra le formazioni rocciose che poi avremmo imparato a conoscere e il cielo che iniziava ad essere rischiarato da una splendida alba. Veramente un paesaggio unico.

La Cappadocia. Una terra meravigliosa, nella quale la natura ha giocato modellando la roccia in forme che sono uniche al mondo. Proprio in questo territorio vissero molte delle prime comunità di cristiani, per sfuggire dalle persecuzioni dei romani. Qui trovarono rifugio favorite dalla facilità dello scavare rocce fatte di morbido tufo nato da migliaia di eruzioni vulcaniche avvenute milioni di anni fa. I villaggi scavati nella roccia raccontano di un rapporto simbiotico tra l’uomo e l’ambiente naturale nel quale hanno vissuto queste comunità. Un rapporto diverso da quello al quale siamo abituati. Tra i giochi di tufo e le guglie dei bellissimi camini delle fate, si intravedono le aperture di porte, finestre e piccionaie. Abitazioni eremitiche o interi villaggi, che racchiudono oltre 2000 chiese. Alcune minuscole e semplici, altre più complesse e interamente affrescate. Il pensiero va a queste comunità di cristiani (ma non solo; molti villaggi sono stati abitati fino a pochi anni fa da persone di tutte le fedi), che hanno vissuto in totale simbiosi con l’ambiente che li ha ospitati. Un volo interno ha poi portato il gruppo (di 40 persone) a Istanbul. Città che dalla nascita della moderna Turchia (dopo la fine dell’Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale) ad opera di Mustafa Kemal Atatürk, ha ceduto lo scettro di capitale ad Ankara. Ma che resta un’enorme megalopoli di circa 20 milioni di persone. Posta tra le due sponde del Bosforo, ponte e anello di congiunzione tra l’Europa e l’Asia, è stata per secoli uno dei centri più importanti del mondo. Prima Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli nel 330 (periodo storico nel quale si tennero alcuni tra i più importanti Concili della Chiesa), capitale dell’impero romano d’Oriente (in realtà unico impero romano dal 476 fino al 1465) e poi dell’Impero Ottomano.

 

I secoli passati raccontano per esempio del grande ruolo dei genovesi, che hanno importato commerci, lasciato palazzi, la torre di Galata e un segno indelebile nella storia. Ma anche oggi bastano pochi minuti per passare dalle zone abitate da gruppi islamici tradizionalisti, al quartiere di cristiani ortodossi (intorno alla bellissima Cattedrale di San Giorgio, centro del Patriarcato di Costantinopoli), per incontrare poi a poca distanza una delle tante moschee.

Abbiamo visitato i principali monumenti e quartieri della città, posti tra le due sponde del Corno d’Oro, accompagnati da bravissime guide locali e da due docenti universitari esperti dell’area e della storia dei paesi islamici (gli amici Carlo e Michele). Ci hanno aiutato a leggere l’incredibile storia che si respira ovunque nella città, insieme a quello spirito cosmopolita e di accoglienza delle diverse comunità che è stato una caratteristica fondamentale nell’identità di Costantinopoli e che si coglie ancora nelle vie dei quartieri storici.

 

Durante il viaggio abbiamo vissuto momenti intensi (come quelli nella Moschea di Fatih e nella Moschea di Solimano) per conoscere e comprendere l’Islam, anche nel suo rapporto con il cristianesimo. Colloqui con una delle guide italo-turche pieni di spiritualità e di voglia di capire. Il clima che abbiamo respirato nelle Moschee era accogliente e di intensa spiritualità. Molto interessante è stato anche l’incontro con frate Luca della comunità dei domenicani, che ha raccontato della fatica (che è anche opportunità) di potersi raccontare e farsi conoscere alle altre confessioni religiose. Spesso il cristianesimo è visto come appartenenza etnica e non scelta di fede.

 

Il viaggio ha permesso di conoscere anche la più antica comunità storica italofona all'estero, quella levantina di Istanbul, raccontata anche nell’ultimo libro di Miguel Servelli, con il quale ci si è confrontati dentro un vivace caffè letterario del centro.

 

La geopolitica cerca di cogliere le dinamiche delle attuali relazioni internazionali. Ma sempre di più ci rendiamo conto che per comprenderle è necessario conoscere la storia, la cultura e la società di uno stato e di un popolo. E da questo punto di vista questo viaggio è stata un’ottima opportunità. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Le contraddizioni di una metropoli di 20 milioni di abitanti, i bambini e i giovani che cercano di sopravvivere con gli avanzi di cibo o con i rifiuti differenziabili raccolti in giro, i gatti presenti ovunque, la vitalità e laboriosità a tutte le ore del giorno e della notte, le migliaia di giovani che attraversano le vie dei quartieri, la rassegnazione per una situazione politica che appare difficile da modificare, e un popolo accogliente ed estremamente garbato e dignitoso. Ma pure le cene tipiche, gli aromi del narghilè e il raky (liquore tipico). Gli attraversamenti in battello tra Europa ed Asia, la rete della metropolitana (a Istanbul c’è la seconda metropolitana più antica del mondo, del 1875) e il secondo aeroporto più grande del mondo e il traffico caotico.

 

Ma anche i tentativi di minare la laicità dello stato che resiste nonostante Erdogan cerchi di costruire una forte identità turca basata molto sulla dimensione religiosa. Impressiona sapere che il ministero con la voce di spesa più alta è quello degli affari religiosi. Addirittura più della sanità, della pubblica istruzione o della difesa (e siamo nel paese con il secondo esercito della Nato). Tutti i costi relativi alla gestione delle moschee sono a carico dello stato. E molto altro, inclusa la stampa del Corano disponibile gratuitamente per tutti i visitatori e stampato in una decina di lingue. E amareggia vedere Santa Sofia (una delle meraviglie storiche e architettoniche dell’Europa) tornata ad essere nuovamente moschea dopo tanti secoli. Un edificio che sta per compiere 1500 anni e che è stato per quasi 900 anni cattedrale cristiana e poi moschea per altri 5 secoli. Una storia che rende questo meraviglioso edificio un potenziale santuario proprio del dialogo tra diverse religioni e culture. Una sfida che ci auguriamo possa essere colta prima o poi da questa meravigliosa città, per riuscire ad essere fedele alla sua storia e alla sua identità.

©2020 di Robertoni. Creato con Wix.com

bottom of page