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TRA IL CORNO DI CAVENTO E L'ADAMELLO

Tre giorni sul Pian di Neve - luglio 2015

È impossibile raccontare in poche righe l’emozione, la fatica, la tensione, la gioia, la commozione di tre giorni passati sul Pian di Neve. La bellezza del creato giocando con una natura che si modifica pian piano salendo con fatica nella conca del Matarot, passando dai boschi alla pietra e alla neve. Il calore del sole riflesso dal ghiacciaio, godendo del panorama dalla terrazza del rifugio alla Lobbia. La meraviglia del vedere sorgere il sole mentre si cammina in silenzio sul ghiacciaio. La stretta al cuore nel visitare la grotta sul Corno di Cà Vento, gelido rifugio a 3400 metri di poveri soldati che un secolo fa dovettero vivere (e morire) in condizioni disumane per la pazzia dei nostri ufficiali e governanti e per la loro folle e assurda guerra. La fatica del camminare insieme in cordata, dove ognuno ha un po’ di responsabilità verso tutti e occorre trovare il passo al tempo con gli altri. La paura e la tensione dei passaggi più esposti e difficili, e la bellezza di essere aiutati da ragazzi splendidi, bambini ai tempi in cui ero educatore a Prevalle, in una sorta di rovesciamento generazionale nel prendersi cura l’uno dell’altro. La gioia immensa di conquistare la cima dell’Adamello, che per un escursionista mediocre come il sottoscritto rappresenta da sempre la meta più alta del proprio rapporto d’amore con la montagna; obiettivo cercato e ambito da anni. Una soddisfazione e un’emozione indescrivibile che si sciolgono in lacrime camminando nella neve ormai smollata dal sole che precede di poco la pioggia che bagna l’ultima ora di cammino verso la valle. Grazie di cuore ai meravigliosi compagni di avventura. Grazie alla nostra guida. Grazie a chi mi ha dato l’opportunità di esserci. E grazie a Dio che ci ha donato simili meraviglie, che un secolo fa pochi uomini folli fecero violare a tanti poveri uomini vittime di una “inutile strage”, e che ora tocca a noi preservare e custodire, insieme a tutto il Creato.


Questo il post scritto al ritorno da questa meravigliosa escursione. Veniamo ora alla descrizione più tecnica, per chi volesse organizzare questo treeking. Cercherò di essere breve perché su internet ci sono decide di descrizioni di questi itinerari. Inoltre noi (per il secondo e terzo giorno) siamo stati accompagnati da una guida alpina (necessaria per poter entrare nella grotta di Cà Vento; in ogni caso informatevi prima sui giorni di apertura).


Primo giorno: da Malga Bedole (1584 metri) al rifugio “Ai caduti dell’Adamello” (3040 metri).
La descrizione di questo itinerario la trovate anche qui.
In ogni caso si parte con un sentiero tranquillo che sale poi sulla morena nella bellissima conca del Matarot. A circa 2000 metri di altezza inizia la ferrata (corde fisse e scalini) che in sicurezza fa compiere un bel salto. Si prosegue poi su sentiero e pietre fino al passo delle Lobbie (c’è un breve passaggio su ghiacciaio ma non servono ramponi). In tutto sono circa 1500 metri di dislivello che si possono fare in 4/5 ore.

Arrivati al rifugio ci si può riposare o fare una delle vicine cime: Cresta Croce (sulla cui vetta c’è il famoso cannone “Ippopotamo”, portato dagli Alpini durante la grande guerra) oppure, escursione tranquilla che si può fare in 40 minuti e che offre un ottimo panorama, la cima Lobbia Alta con i suoi 3196 metri.

Secondo giorno. Dal rifugio al Corno di Cà Vento (3400 metri).
Si attraversa il Passo della Lobbia e si scende sul ghiacciaio della Lobbia, attraversandolo completamente e dirigendosi verso il passo di Cà Vento. Per salire e scendere il passo ci sono corde fisse e chiodi su entrambe i versanti. Una volta scesi si prosegue con i ramponi sul pendio nevoso in costa, fino ad arrivare a delle roccette a 3300 metri circa. Gli ultimi 100 metri di dislivello si fanno su sentiero e pietre da scavalcare. Si arriva poi all’imbocco del rifugio che ospitava i militari durante la guerra (sia austriaci che italiani, a seconda del periodo, visto che il Corno è stato conquistato più volte da entrambe gli eserciti) e che è stato restituito dal ghiaccio dopo l’estate del 2003. Ora è visitabile (se aperto dalle guide) anche se il ghiaccio sta già ricoprendo tutto. Il luogo è comunque di grande interesse, visto che è rimasto esattamente come era alla fine della guerra nel 1918. Salendo di poco sulle roccette si raggiunge la cima del Corno, dal quale si può ammirare un meraviglioso panorama e una splendida vista sul Carè Alto. Si torna per lo stesso itinerario.

Terzo giorno. E’ stata la giornata del monte Adamello (3554 metri).
Partenza dal rifugio scendendo sul ghiacciaio del Mandrone. Siamo rimasti abbastanza alti camminando in costa sul pendio ghiacciato per evitare i crepacci più insidiosi. Il cammino è lungo (dal rifugio alla vetta ci sono circa 7 km; il tempo impiegato è stato di 4 ore) e si alternano tratti abbastanza pianeggianti a strappi impegnativi di salita. Ovviamente tutto è da fare con ramponi e in cordata. Arrivati sul meraviglioso Pian di Neve ci si dirige verso la vetta dell’Adamello (ben visibile), Noi siamo saliti dallo “spigolo” verso la parete Nord. È un tratto di roccette attrezzato con corde che si sale agevolmente. Una volta arrivati in vetta, dopo aver smaltito l’emozione per la salita e per il meraviglioso panorama, si scende dallo stesso percorso. Noi abbiamo però fatto una “variante” che assolutamente non consiglio. Per scendere verso il rifugio Garibaldi bisognerebbe scendere di quota, aggirare il Corno Bianco e dirigersi poi verso passo Brizio. Ed è il percorso che consiglio, anche se più lungo e con maggior dislivello. La nostra guida ci ha invece fatto fare passo degli Italiani, che (oltre ad essere difficile da trovare) ha presentato grandi difficoltà sull’altro versante. Ci siamo dovuti calare in corda uno alla volta (un lavoraccio per la guida!) sia per il primo tratto di parete verticale e con pochi appigli, sia per il primo tratto di ghiacciaio molto ripido. Alla fine avremmo fatto prima ad aggirare il Corno Bianco. Poi ci siamo facilmente (su nevai e pietraie) diretti verso passo Brizio che recentemente è stato attrezzato molto bene su entrambe i versanti. Ci sono scalette, corde e catene; avere il kit da ferrata è buona cosa! Una volta attraversato l’ultimo nevaio, il sentiero diventa agevole fino al rifugio Garibaldi (2548 metri), dal quale poi si scende attraverso la parte più antipatica del sentiero numero 1 fino alla valle d’Avio.

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Dal finestrino dell’aereo che porta verso Istanbul, si riesce a distinguere Venezia, l’antica capitale della Repubblica Serenissima che per secoli ha avuto rapporti strettissimi con l’Impero Ottomano, fatto di scambi e commerci ma anche di conflitti e continue tensioni. Un’immagine che fa da anticipazione alla seconda parte del viaggio che ho avuto l’onore e ili piacere di guidare che si è tenuto nell’ultima settimana del settembre 2023, che abbiamo organizzato come Acli provinciali di Brescia e Ipsia Brescia Odv, all’interno delle proposte di Fabula Mundi, il percorso di geopolitica che da 13 anni cerca di offrire opportunità per comprendere il mondo.

 

Le prime due giornate hanno avuto la Cappadocia come meta. Siamo arrivati con il buio ma già la mattina successiva era in previsione la famosa escursione con la mongolfiera. Qualcuno è salito e qualcuno (come me) ha visto lo spettacolo dal basso, vedendo decine di mongolfiere salire tra le formazioni rocciose che poi avremmo imparato a conoscere e il cielo che iniziava ad essere rischiarato da una splendida alba. Veramente un paesaggio unico.

La Cappadocia. Una terra meravigliosa, nella quale la natura ha giocato modellando la roccia in forme che sono uniche al mondo. Proprio in questo territorio vissero molte delle prime comunità di cristiani, per sfuggire dalle persecuzioni dei romani. Qui trovarono rifugio favorite dalla facilità dello scavare rocce fatte di morbido tufo nato da migliaia di eruzioni vulcaniche avvenute milioni di anni fa. I villaggi scavati nella roccia raccontano di un rapporto simbiotico tra l’uomo e l’ambiente naturale nel quale hanno vissuto queste comunità. Un rapporto diverso da quello al quale siamo abituati. Tra i giochi di tufo e le guglie dei bellissimi camini delle fate, si intravedono le aperture di porte, finestre e piccionaie. Abitazioni eremitiche o interi villaggi, che racchiudono oltre 2000 chiese. Alcune minuscole e semplici, altre più complesse e interamente affrescate. Il pensiero va a queste comunità di cristiani (ma non solo; molti villaggi sono stati abitati fino a pochi anni fa da persone di tutte le fedi), che hanno vissuto in totale simbiosi con l’ambiente che li ha ospitati. Un volo interno ha poi portato il gruppo (di 40 persone) a Istanbul. Città che dalla nascita della moderna Turchia (dopo la fine dell’Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale) ad opera di Mustafa Kemal Atatürk, ha ceduto lo scettro di capitale ad Ankara. Ma che resta un’enorme megalopoli di circa 20 milioni di persone. Posta tra le due sponde del Bosforo, ponte e anello di congiunzione tra l’Europa e l’Asia, è stata per secoli uno dei centri più importanti del mondo. Prima Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli nel 330 (periodo storico nel quale si tennero alcuni tra i più importanti Concili della Chiesa), capitale dell’impero romano d’Oriente (in realtà unico impero romano dal 476 fino al 1465) e poi dell’Impero Ottomano.

 

I secoli passati raccontano per esempio del grande ruolo dei genovesi, che hanno importato commerci, lasciato palazzi, la torre di Galata e un segno indelebile nella storia. Ma anche oggi bastano pochi minuti per passare dalle zone abitate da gruppi islamici tradizionalisti, al quartiere di cristiani ortodossi (intorno alla bellissima Cattedrale di San Giorgio, centro del Patriarcato di Costantinopoli), per incontrare poi a poca distanza una delle tante moschee.

Abbiamo visitato i principali monumenti e quartieri della città, posti tra le due sponde del Corno d’Oro, accompagnati da bravissime guide locali e da due docenti universitari esperti dell’area e della storia dei paesi islamici (gli amici Carlo e Michele). Ci hanno aiutato a leggere l’incredibile storia che si respira ovunque nella città, insieme a quello spirito cosmopolita e di accoglienza delle diverse comunità che è stato una caratteristica fondamentale nell’identità di Costantinopoli e che si coglie ancora nelle vie dei quartieri storici.

 

Durante il viaggio abbiamo vissuto momenti intensi (come quelli nella Moschea di Fatih e nella Moschea di Solimano) per conoscere e comprendere l’Islam, anche nel suo rapporto con il cristianesimo. Colloqui con una delle guide italo-turche pieni di spiritualità e di voglia di capire. Il clima che abbiamo respirato nelle Moschee era accogliente e di intensa spiritualità. Molto interessante è stato anche l’incontro con frate Luca della comunità dei domenicani, che ha raccontato della fatica (che è anche opportunità) di potersi raccontare e farsi conoscere alle altre confessioni religiose. Spesso il cristianesimo è visto come appartenenza etnica e non scelta di fede.

 

Il viaggio ha permesso di conoscere anche la più antica comunità storica italofona all'estero, quella levantina di Istanbul, raccontata anche nell’ultimo libro di Miguel Servelli, con il quale ci si è confrontati dentro un vivace caffè letterario del centro.

 

La geopolitica cerca di cogliere le dinamiche delle attuali relazioni internazionali. Ma sempre di più ci rendiamo conto che per comprenderle è necessario conoscere la storia, la cultura e la società di uno stato e di un popolo. E da questo punto di vista questo viaggio è stata un’ottima opportunità. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Le contraddizioni di una metropoli di 20 milioni di abitanti, i bambini e i giovani che cercano di sopravvivere con gli avanzi di cibo o con i rifiuti differenziabili raccolti in giro, i gatti presenti ovunque, la vitalità e laboriosità a tutte le ore del giorno e della notte, le migliaia di giovani che attraversano le vie dei quartieri, la rassegnazione per una situazione politica che appare difficile da modificare, e un popolo accogliente ed estremamente garbato e dignitoso. Ma pure le cene tipiche, gli aromi del narghilè e il raky (liquore tipico). Gli attraversamenti in battello tra Europa ed Asia, la rete della metropolitana (a Istanbul c’è la seconda metropolitana più antica del mondo, del 1875) e il secondo aeroporto più grande del mondo e il traffico caotico.

 

Ma anche i tentativi di minare la laicità dello stato che resiste nonostante Erdogan cerchi di costruire una forte identità turca basata molto sulla dimensione religiosa. Impressiona sapere che il ministero con la voce di spesa più alta è quello degli affari religiosi. Addirittura più della sanità, della pubblica istruzione o della difesa (e siamo nel paese con il secondo esercito della Nato). Tutti i costi relativi alla gestione delle moschee sono a carico dello stato. E molto altro, inclusa la stampa del Corano disponibile gratuitamente per tutti i visitatori e stampato in una decina di lingue. E amareggia vedere Santa Sofia (una delle meraviglie storiche e architettoniche dell’Europa) tornata ad essere nuovamente moschea dopo tanti secoli. Un edificio che sta per compiere 1500 anni e che è stato per quasi 900 anni cattedrale cristiana e poi moschea per altri 5 secoli. Una storia che rende questo meraviglioso edificio un potenziale santuario proprio del dialogo tra diverse religioni e culture. Una sfida che ci auguriamo possa essere colta prima o poi da questa meravigliosa città, per riuscire ad essere fedele alla sua storia e alla sua identità.

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