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PELLEGRINAGGIO IN TERRASANTA
2007-2008

Diario del viaggio tra fine 2007 e inizio 2008

 

Giovedì 27 dicembre


Inizia questa nuova esperienza, a metà tra il viaggio ed il pellegrinaggio. Partenza a notte fonda (2.30), si dorme quando e come si può sia sul pullman che ci porta a Malpensa, sia sull’aereo che con un brusco atterraggio ci fa toccare terra israeliana.

Ci accoglie un aeroporto moderno ma freddo, che si contrappone non soltanto ad un clima mite e temperato (gli abiti invernali che erano necessari per affrontare la fredda notte italiana vengono subito tolti e messi da parte per il ritorno) ma anche ad un paesaggio tipicamente mediterraneo. Nella campagna, a causa di recenti e rare piogge, predomina il verde come colore principale, rispetto al giallo ed al marrone che normalmente la fanno da padroni! Ottime infrastrutture, rigogliose coltivazioni di alberi da frutta, città moderne e dalle architetture avveniristiche accolgono il nostro gruppo che si porta a Cesarea Marittima. Lo sguardo fatica a scegliere se posarsi sul meraviglioso teatro (tutt’ora utilizzato) e sugli altri resti archeologici, oppure sul Mar Mediterraneo che ci regala dei colori intensi tra il blu e quelli tipici del tramonto.

Sarà che abbiamo beccato la stagione giusta, sarà la giornata positiva, ma la prima impressione di questa terra promessa è senz’altro positiva. La visita continua poi per altre destinazioni che ci regalano solo una “toccata e fuga” ed il tempo per poche fotografie; nomi familiari che appartengono ad una storia comune a tutto il Mediterraneo e a tutta l’umanità. Il Monte Carmelo, Haifa e in serata Nazareth, che ci accoglierà per tre giorni come punto di appoggio per altre escursioni.

Tra i tanti particolari che colpiscono il visitatore, è la presenza quasi ovunque (cartelli stradali, insegne, pubblicità, manifesti) della lingua ebraica a fianco di quella araba. Segno di una convivenza che spesso anticipa e si dimostra superiore di una politica che è invece incapace di trovare soluzione a problemi decennali. E’ una prima impressione positiva e di speranza che ci coglie, che però purtroppo deve scontrarsi subito con la notizia che ci giunge solo in serata, dell’assassinio di Benazir Bhutto in Pakistan. Altro esempio di come il cammino verso una convivenza pacifica spesso debba fare i conti talvolta con un passo avanti, talvolta purtroppo con due passi indietro. Ed è strana questa consapevolezza proprio nella terra che nel mondo, per eccellenza, è sinonimo di questa contraddizione del cammino dell’uomo.


Venerdì 28 dicembre


La giornata inizia di buon’ora con la visita ai resti archeologici di Zippori. Significativo è stato il vedere come all’epoca di Gesù (o poco dopo), nella zona vi fossero insediamenti residenziali di “lusso” e pregevoli. Le ville di cui abbiamo visto i resti da questo punto di vista erano sicuramente significative, e lo testimoniavano i meravigliosi mosaici che sono ancora visibili.

Eppure Dio per nascere ha scelto un villaggio povero, in una famiglia semplice e umile, che al momento della nascita del figlio non è riuscita a trovare altro che una stalla: “per loro non c’era posto”…

Finalmente abbiamo poi iniziato a solcare i luoghi frequentati da Gesù. Sul Monte Tabor la leggenda vuole che sia avvenuta la Trasfigurazione. La leggenda perché per molti luoghi non c’è la sicurezza scientifica che fossero quelli effettivamente dove sono avvenuti i fatti narrati dai Vangeli, però la tradizione e alcune “ipotesi” li hanno associati agli eventi conosciuti. E’ stato emozionante comunque essere sul monte della Trasfigurazione, dove Dio ha mostrato a 3 apostoli tutto il suo splendore e la sua gloria.

Quello che sempre mi ha affascinato di questo episodio, è la voglia dei tre uomini di stare con Gesù, di chiudersi tra di loro perché si sta bene; Cristo invece indica che il loro compito è quello di andare nel mondo per manifestare e testimoniare con la propria vita e con il proprio amore la gloria e la grandezza di Dio che hanno potuto vedere e sperimentare. Come indicazione pastorale per le nostre parrocchie, associazioni e per tutti i cristiani, direi che è ancora più che attuale!

Dopo l’immancabile pausa-pranzo in albergo, iniziata con un’ora di ritardo a causa di un traffico nelle vie di Nazareth decisamente peggiore delle peggiori code nella Brescia dei cantieri di questi mesi, il pomeriggio è stato dedicato alla visita a piedi per le vie della città. Abbiamo così potuto addentrarci per i quartieri arabi della città, compresi gli stretti vicoli e la zona del mercato. Visitare un luogo significa anche entrare a contatto con le vie e i quartieri dove la gente vive e lavora, assaporando anche i gusti e gli odori del luogo. Luogo più importante della Nazareth cristiana è la basilica dell’Annunciazione, edificio sicuramente significativo, ma che dovrebbe fare da monito sul come non rovinare la magia e la bellezza di un posto costruendo con materiali che con quel luogo non c’entrano assolutamente nulla, come il cemento armato che impera nella basilica. Calda ed emozionate la Messa celebrata di fronte alla grotta che la tradizione vuole essere quella dell’Annunciazione. Uno dei motivi per cui è difficile avere certezze del fatto che i luoghi venerati siano quelli effettivamente dove sono successi gli avvenimenti conosciuti, è che queste terre hanno avuto una storia talmente travagliata che hanno cambiato “gestione” moltissime volte, e sempre con riutilizzi degli edifici, distruzioni e quant’altro. Romani, ebrei, arabi, crociati, arabi ancora, israeliani… tutti hanno lasciato il proprio segno (anche perché ancora tutti praticamente presenti!), ma a quale prezzo da tanti punti di vista… E quale fatica a convivere pacificamente in queste terre che dovrebbero essere un inno alla fratellanza e all’amore universale…

Intanto il clima e l’affiatamento del gruppo migliora ora per ora, anche grazie alla scorribanda nella pasticceria centrale della città. In attesa (forse domani!) del mitico Kebab che qui si vende praticamente ovunque!


Sabato 29 dicembre

E’ la giornata dei luoghi più che degli edifici, nei quali oggi quasi non entriamo. I luoghi della vita pubblica di Gesù, dove ha svolto gran parte del suo ministero e della sua predicazione. L’avvio della giornata non è promettente: si parte da Cana, dove a parte la folla oceanica che già dalle 8 di mattina ha invaso la chiesetta che ricorda il primo miracolo, siamo circondati da venditori di vino dal nome miracoloso… Si arriva poi nella depressione che accoglie il lago di Tiberiade (nella Bibbia chiamato spesso mare per le sue notevoli dimensioni) e ci rechiamo sul fiume Giordano, nel luogo che ricorda il Battesimo di Gesù. L’impressione non è positiva non tanto per l’acqua stagnante a causa delle chiuse che trattengono la poca acqua nel lago, ma per l’edificio dal quale i pellegrini sono costretti a passare sia all’entrata che all’uscita: una sorta di supermarket del sacro addirittura con le corone di spine con tanto di “certificato di autenticità”! Forse la cacciata dei mercanti dal tempio non è bastata… evidentemente qualcuno non ha ancora capito il concetto. Ci sono pellegrini che si immergono nelle acque del Giordano per ripetere il gesto purificatorio: a fianco di alcuni coinvolti emotivamente dal gesto, ve ne sono altri che forse lo vivono con una eccessiva dose di folklore tra risate, urla e “kit del catecumeno” fornito dal centro che forse vuole far concorrenza a qualche centro termale.

Il tour riprende poi per il lago di Tiberiade. Inizia il vortice di luoghi che richiamano la maggior parte degli episodi evangelici: moltiplicazione dei pani e dei pesci, chiamata dei primi apostoli, e il monte delle Beatitudini. Sono una delle pagine più belle del Vangelo, e celebrare la messa sui monti dove sono state proclamate (in luoghi semplici che richiamavano i poveri e i semplici, escludendo i potenti e i sapienti del tempo), aiuta a sottolineare quanto è forte il loro messaggio e quanto “rivoluzionario” il metterle in pratica. Pranzo al ristorante praticamente italiano (addirittura spaghetti al pomodoro cotti al dente!) e poi una splendida discesa a piedi in mezzo alle colline delle Beatitudini, tra enormi piantagioni di banane e verdi prati, così rari da vedere in Israele.

Ed eccoci al villaggio di Cafarnao, o a quel che ne resta. Scavi archeologici ben conservati, soprattutto della bellissima Sinagoga. E’ uno dei pochi luoghi che quasi sicuramente corrisponde come dislocazione a quelli dove si svolsero i fatti narrati dai Vangeli. Vi è infatti la casa di Pietro (che era un po’ la base operativa degli apostoli), sulla quale qualche delinquente di architetto o ingegnere ha avuto la brillante idea di fare una copertura in cemento armato che chiamare “ecomostro” o a forte impatto paesaggistico sarebbe un eufemismo. Però l’emozione di guardare lo spazio fisico (o quel che ne resta) dove successero certi fatti, non può non provocare come minimo un brivido lungo la schiena…

E poi via ancora a piedi alla volta di un battello per l’attraversamento del lago fino alla città di Tiberiade.

Impossibile descrivere la bellezza di un tramonto invernale con il sole che scende dietro i monti; neppure le foto possono riuscire a rendere giustizia alla meraviglia del paesaggio, e quando uno stormo di anatre parte in volo dallo specchio d’acqua dentro il quale si rispecchia il sole, viene voglia di tentare di camminare veramente su quel lago tanto bello che pare impossibile possa aver spaventato gli apostoli con una tempesta terribile mentre Gesù dormiva in barca…

Finale dell’escursione a Tiberiade, moderna cittadina lacustre turistica, con il suo bel lungolago ed i viali commerciali. Peccato si trattasse di una città quasi completamente ebraica, ed il calendario diceva che era un sabato. Risultato: una passeggiata in una città-deserto. E pensare che il giorno prima nel quartiere arabo di Nazareth era venerdì, ed il clima era completamente opposto. Segno forse di un modo diverso di seguire regole, precetti e tradizioni? Uno dei tanti miti che questi giorni aiutano a sfatare…


Domenica 30 dicembre


E’ il giorno di Gerusalemme e dell’entrata nei territori occupati. Giornata significativa dal punto di vista socio-politico per comprendere meglio la situazione, ma anche (e soprattutto) dal punto di vista spirituale.

Il paesaggio cambia abbastanza in fretta. Da una parte ottime strade (asfaltate bene, con lampioni, paracarri, marciapiedi), pulizia, ordine e verde ben curato (sicuramente complice anche le recenti piogge): Israele. Dall’altra sporco ovunque, paesaggio secco e brullo (attraversiamo anche il deserto di Giuda), disordine, case non finite, strade pessime, povertà: Palestina. In mezzo i famosi check-point che, soprattutto nelle città, formano delle code lunghissime ed estenuanti.

La parabola del buon Samaritano inizia dicendo “uno uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…” Ora da quella strada in poi verso la “città santa”, è un mix angosciante di reticolati, filo spinato, muri, posti di blocco, auto bruciate, soldati giovanissimi (poco più che 18enni) con i mitra imbracciati. La sensazione che si prova non è certo piacevole per noi che passiamo pochi giorni in Palestina (e che sostanzialmente possiamo andare ovunque). Risulta quasi difficile immaginare con quale spirito si può vivere sia in Palestina che in Israele.

Non appena scendiamo dal pullman nei pressi di Gerico, siamo subito assaliti da alcuni venditori saltati fuori da chissà dove, con i quali è d’obbligo la trattativa per riuscire ad abbassare di molto il primo prezzo proposto.

Ci provo anch’io in un negozio che praticamente svaligiamo, ma al primo tentativo esagero e la trattativa deve riprendere con un altro negoziante più paziente! Alla fine però i bicchierini per grappe e vodke sono miei ad un buon prezzo.

Appena arrivati nei pressi di Gerusalemme, la prima cosa che colpisce è il famoso muro che isola completamente i quartieri arabi dal resto della città, rendendo impossibile la vita per i palestinesi. Andiamo subito a Ramallah, il quartier generale palestinese. Quartiere vivacissimo e popolato, sotto il controllo dell’OLP. Ci rechiamo nella parrocchia cristiana e incontriamo un sacerdote. L’incontro è intenso e commovente. Lui è palestinese (che non è sinonimo di musulmano!) e ci spiega che in Palestina il 2% circa della popolazione è cristiana. Negli anni ‘40 a Ramallah erano il 47% degli abitanti, ora sono soltanto quasi 2000 (1200 cattolici) su una popolazione di 200.000 abitanti. Racconta di come il governo israeliano li tratta quasi peggio dei musulmani, e fa di tutto perché la loro presenza diventi sempre più insignificante da tutti i punti di vista: l’obiettivo è che se ne vadano tutti. C’è un buon rapporto con i musulmani a parer suo, anche perché sono uniti dal dramma comune dell’occupazione israeliana in quella che è la loro terra. Colpisce che sia il sindaco di Betlemme sia quello di Ramallah siano cristiani.

E il loro sindaco addirittura è donna; votata dai musulmani! Altri preconcetti che pian piano vengono abbattuti.

L’incontro è commosso e si percepisce quanto sia importante per loro sentire la vicinanza e la solidarietà di altri cristiani. Non si poteva finire che con una preghiera, semplice ma commossa!

Si riparte per la pausa-pranzo (naturalmente con un buon ritardo dovuto alla coda al check-point) e poi via verso il centro di Gerusalemme. Passiamo dal coloratissimo e vivacissimo mercato del quartiere arabo per arrivare al luogo santo per eccellenza: il sacro sepolcro. Non tentiamo neppure di celebrare la classica via-crucis lungo la “via dolorosa”, che sarebbe ardua dal punto di vista della partecipazione in mezzo a bancarelle e negozi! Partecipazione che non è certo aiutata dal clima che troviamo nella Basilica del Sacro Sepolcro. Ambiente tetro, disordinato e estremamente caotico: fa tristezza pensare a Gesù che poco prima di morire chiese ai suoi apostoli di essere uniti nel suo nome. Perché nella Basilica vi sono praticamente tutte le confessioni cristiane, che non si mettono d’accordo neppure sul restauro che necessita la bruttissima edicola che copre il Sepolcro (che infatti è puntellata). Vi sono rappresentanti cattolici, ortodossi, greci, armeni, francescani e chi più ne ha più ne metta. Ognuno con la sua processione ogni 15 minuti (a turno), con le sue cappelle ed i suoi rappresentanti. Il risultato non aiuta ad entrare nel clima che uno vorrebbe trovare per l’incontro con il luogo dove avvenne la Resurrezione, evento che da significato al nostro essere cristiani e alla nostra vita! Ma nonostante questo, dopo un’ora di coda, di spintoni e di pause per le varie processioni, si entra finalmente (per pochissimi secondi) nella cripta del sepolcro. Toccare anche solo per un attimo quella roccia è a dir poco emozionante. Un’emozione che, tra mille sensazioni e pensieri, continua per parecchio. Così la Messa che celebriamo in una cappella della Basilica viene arricchita dal clima che si è creato dall’incontro con un luogo, ma soprattutto dall’incontro con il Signore della Gioia.

E si riparte…

Dopo la visita più “turistica” della Basilica, usciamo dal centro e via verso il nuovo albergo. Cena, chiacchiere e poi in camera…

Sorpresa serale: riesco a collegarmi a internet via wi-fi (mezzo abusivo, perché quello dell’albergo è a pagamento!). Questa notte missà che dormirò un po’ di meno. E domani è l’ultimo dell’anno!


Durante la Messa, un momento particolarmente toccante. Dopo la visita al santo sepolcro, superate le difficoltà del caos e del brutta clima che c’è nella Basilica, l’emozione è forte. Di aver toccato per pochi secondo il pezzo di pietra sul quale avvenne quella Resurrezione che ha dato senso alla mia vita. Dopo la comunione l’emozione è ancora forte: nella mente si ammassano tanti pensieri confusi… forse non solo gioia, ma anche speranze, paure, trepidazioni e preoccupazioni. Mentre ero assorto e chino a occhi chiusi, si avvicina Irene, una bambina di 8 anni che fa parte del nostro gruppo e mi da un dolcissimo bacio sulla guancia. Non voglio certo fare chissà quale collegamento; potrebbe essere presuntuoso; però mi piace tentare di immaginarlo come un gesto spinto anche dallo Spirito Santo (che in quel momento ed in quel luogo quasi pareva di toccarlo), per essere gesto di affetto di Dio attraverso Irene. Un'altra dose di Grazia (come tante altre) che adesso tocca a me trasformare in amore da donare al mondo!



Lunedì 31 dicembre 2007


La giornata inizia subito in modo intenso. Visita a Hebron. Siamo uno tra i pochissimi gruppi di turisti che si reca in questa città, che infatti a differenza delle altre città arabe, non ha bambini e venditori di ogni sorta che assalgono gli stranieri non appena scesi dal pullman. Hebron è una città palestinese in Cisgiordania dove c’è un villaggio di coloni israeliani che controlla militarmente praticamente tutta la città. Le strade che attraversiamo sono circondate da case distrutte dai bombardamenti, e i militari sono ovunque. Visitiamo quello che fu il palazzo di Erode e che attualmente (come per tutti gli edifici storici, dopo molti cambi di utilizzo), ha allo stesso piano una sinagoga e una moschea. La tradizione vuole che vi siano le tombe dei patriarchi, per cui il luogo è caro ad entrambe le religioni. Entrare in questo edificio è come entrare in un forte: 2 controlli al metal detector ad ogni ingresso, soldati con il mitra praticamente ovunque, torrette di avvistamento ad ogni angolo dell’edificio. Incrociamo un gruppetto di bimbi palestinesi che per andare a riempire le taniche d’acqua, deve passare dai controlli dei militari. Per accedere alla zona la popolazione palestinese deve passare attraverso tornelli (gli stessi che da noi si usano negli stadi, che spesso infatti sono come zone di guerra) e controlli militari. Hebron è famosa per essere una delle zone più calde (mai però come Gaza) dei vari scontri dell’Intifada, e per aver visto proprio nelle sale da noi visitate oggi, alcune stragi di fedeli, puntualmente sempre seguite dalle solite rappresaglie e scontri. Infatti la città è semidistrutta.

E’ angosciante essere in un luogo che dovrebbe unire anziché dividere le due religioni, in un luogo che dovrebbe essere tempio della fede e della pace, e che è invece assediato completamente dall’esercito. Per custodirlo, gli ebrei hanno impiantato a Hebron un insediamento di coloni, che pur essendo decisamente minoritario, tiene sotto completo controllo militare la città. E fa impressione vedere il loro villaggio circondato da reticolati, soldati con il solito mitra e torrette di vedetta. All’interno anche un campo di basket. Per difendere il proprio passato e la propria storia, non solo si perpetuano soprusi e ingiustizie enormi su altri popoli, ma si costringono i propri figli a vivere praticamente reclusi e costantemente sotto scorta…

Dopo Hebron si parte per Betlemme (altra città circondata dal terribile muro che Israele sta costruendo). Celebrazione della Messa in una cappella e visita alla Basilica della Natività. Anche in questo caso (come al Santo Sepolcro), la “poesia” viene scacciata dalle pessime condizioni in cui è tenuta la grotta: gli ortodossi greci in questo caso non sono certo stati maestri di ordine, restauro, pulizia, buon gusto e semplicità. Il risultato è opprimente, anche se l’emozione e un sentito momento di riflessione e di preghiera vengono a dir poco spontanei. Dopo il pranzo tappa in un negozio per il tradizionale shopping (occasione per altre foto al muro che in quel quartiere taglia letteralmente una strada a metà…), e poi si torna a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi. Visita ad alcuni luoghi che ricordano il Padre Nostro (tradotto su ceramiche in tutte le lingue del mondo, anche se poi la bella idea è scaduta nel folklore, visto che sono appese anche le traduzioni in piemontese, sardo e milanese!!!!), l’Ascensione, il pianto su Gerusalemme. In mezzo, una vista sul quartiere storico a dir poco meravigliosa; i colori del tramonto poi non fanno altro che aumentare la magia!

Ed eccoci nel Giardino del Getsemani; in un luogo simile non può non esserci la proposta di una celebrazione con tanto di preghiera personale, necessaria per meditare e assimilare le tante provocazioni ed emozioni di questi giorni.

La giornata e l’anno 2007 si concludono in albergo: una cena e una divertente serata nella hall tra canti, brindisi e buffet con quello che abbiamo portato dall’Italia. Domani la sveglia è al solito orario (6.30) per cui non è il caso di fare le ore piccole. Ci aspetta un’altra giornata intensa, sperando che il 2008 inizi con qualche segno di speranza per la pace in queste terre; segni che magari allevieranno l’angoscia che la situazione attuale crea attraversando ogni strada…

Un buon 2008 di pace a tutti!




Martedì 1 gennaio


Anno nuovo! Ma la tradizionale dormita del capodanno viene saltata a piè pari, visto che alle 7.30 siamo già in viaggio per Betania. La giornata inizia con una Messa in una chiesetta gelata; nella foga di partire in tempo dimentichiamo anche Chiara in albergo, che ci raggiunge poi in taxi! Betania ricorda il miracolo di Lazzaro (scendiamo anche nella tomba) e l’amicizia con Marta e Maria. E’ bello celebrare la messa della Giornata della Pace in queste terre e nel luogo che ricorda le amicizie di Gesù; quanto bisogno ci sarebbe di recuperare le ragioni dell’amicizia e della comprensione tra le persone, che stanno alla base della pace…

Si riparte poi per Masada, sul mar Morto. Scendiamo di 300 metri sotto il livello del mare, e prendiamo la funivia (però che tentazione vedere il sentiero che si arrampicava su quei monti…) che ci porta in cima. Masada è sempre stata una cittadella difensiva (spettacolare il sistema per rendersi autonomi dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico!), conquistata dai romani e fortificata ulteriormente poi da Erode. Per gli ebrei è un importantissimo simbolo legato all’identità della nazione… Quando arrivarono i romani infatti, gli ebrei presenti preferirono suicidarsi in massa pur di non arrendersi. Anche qui non mancano le angoscianti scene che in questa terra si vedono ovunque: vi sono alcune scolaresche di israeliani, sempre accompagnati dalla sicurezza con il mitra. E la sicurezza è formata da ragazzi e ragazze in borghese poco più che coetanei degli studenti. Addirittura socializzano e si fanno fotografare insieme: studenti e “amici” con il mitra!

Prima del pranzo c’è tempo per il mitico bagno nel mar Morto. La salinità è del 27%, cioè 10 volte di più di quella degli altri mari; non vi sono forme di vita né vegetale né animale. Una tale presenza di sale significa che durante il bagno si sta a galla con una facilità incredibile. Anzi… è quasi difficile tenere braccia e gambe dentro l’acqua se si prova a nuotare. E’ una sensazione stranissima ma molto piacevole, e anche una spalmatina con la sabbia rende la pelle molto morbida. E poi vale la pena anche solo per poter dire di aver fatto il bagno il 1 gennaio, anche se solo per 20 minuti!

Dopo la partenza, pausa pranzo e poi tappa al sito archeologico di Qumran, importantissimo per i fantastici ritrovamenti di rotoli antichi (precedenti a Cristo) che hanno dato un contributo fondamentale allo studio delle Sacre Scritture.

Prima di tornare in albergo c’è tempo per un giro veloce a Gerusalemme, nel luogo che ricorda il cenacolo dove si consumò l’ultima cena, e quindi anche l’istituzione dell’Eucarestia. E poi via in albergo per la cena seguita da una spedizione nel centro (moderno) di Gerusalemme per una birra e un kebab. Ci scappa anche l’acquisto di un bellissimo arazzo indiano da appendere in casa. Anche nel centro non possiamo non notare una ragazza, poco più che adolescente, che gira vestita “in borghese” con un mitra sulle spalle… per noi è impossibile farci l’abitudine. Forse gli israeliani invece saranno abituati a convivere con la paura costante dell’altro… o forse no. Certo è, che in ogni caso non è questa la strada che porta alla pace. Che per quanto è faticosa, è la strada che questi due popoli dovranno intraprendere, magari iniziando dal concetto che la terra più che essere eredità dei nostri padri, è in prestito dai nostri figli e nipoti!



Mercoledì 2 gennaio


Ultimo giorno del nostro viaggio-pellegrinaggio. Naturalmente non meno intenso degli altri! Si parte subito in quinta: Gerusalemme vecchia e spianata delle Moschee o del Tempio. L’ultima volta che ho provato una simile sensazione nel trovarmi di fronte a tanta bellezza (a parte i paesaggi in montagna…) è stato a San Pietroburgo di fronte al Palazzo d’Inverno. Alcuni minuti che qualcuno forse chiamerebbe la “sindrome di Stendhal” esagerando un po’, ma che sono difficili da non provare in un ambiente simile. La Cupola di Omar è semplicemente fantastica, ma tutta l’enorme piazza con i suoi archi e resti forma un contesto meraviglioso. Tempo per un po’ di foto e il giro continua. Inutile dire che, sia per entrare che per uscire, era necessario il solito controllo stile-aeroporto… Passiamo ad un altro luogo-simbolo della città: il muro del Pianto. E’ praticamente una sinagoga all’aperto, addirittura rigorosamente divisa nel settore maschile e femminile. Si percepisce molta devozione in chi prega, ma vedere come pregava un gruppo di bambini seduti sotto il muro faceva una certa impressione. Sarà stato per l’abbigliamento (gli ultraortodossi a Gerusalemme sono veramente tanti e subito riconoscibili – già da bambini – per abbigliamento e pettinatura), o per lo “stile”, ma sembrava di percepire qualcosa che andava oltre alla fede sfociando nel fanatismo. Anche il luogo poi da l’impressione che le preghiere che nascono sotto quel muro non siano soltanto un lamento per la distruzione di quello che era il principale luogo sacro per gli ebrei, ma anche una rivendicazione forte intrisa di identità che sfocia nel nazionalismo.

Continuiamo la visita in altri luoghi che ricordano fatti evangelici (come la chiesa del “canto del gallo” di Pietro, dove celebriamo la Messa) e la struttura “urbanistica” dell’antica Gerusalemme. Panorami mozzafiato su una città che sa offrire splendidi scorci, tra l’altro in una giornata meravigliosamente limpida e tersa. Tappa in albergo per il pranzo e poi via per un luogo simbolo di Gerusalemme, che anche se non fa parte del classico tour del pellegrino, non può non essere visitato se ci si vuole accostare alla cultura e alla storia locale. Si tratta del memoriale della Shoà. Non è un museo (c’è anche quello ma non lo visitiamo), ma una serie di costruzioni e monumenti che ricordano l’olocausto colpendo non tanto il cervello ma soprattutto il cuore. Il memoriale dedicato in particolare al mezzo milione di bambini morti, è un salone nero e buio con molti lumini accesi a tutte le altezze che in un gioco di enormi specchi danno l’idea di trovarsi in un cielo pieno di fiamme; intanto una voce legge i nomi, l’età e la provenienza dei bambini morti. Una volta usciti per un po’ si fatica anche solo a parlare… Emozioni che mi hanno ricordato la visita ad Auschwitz.

Si torna nel centro vecchio, e dopo ben un’ora libera per shopping nei negozietti del quartiere cristiano, incontriamo il Custode di Terra Santa (un francescano, ordine al quale da 800 anni è stato affidato dal Papa il compito di custodire i luoghi sacri). Un’ora di incontro che ci da una bella immagine non soltanto della situazione dei cristiani, sia in Israele che nei territorio dell’Autorità Palestinese, ma anche e soprattutto del rapporto tra le varie chiese cristiane. E’ vero che si può rimanere “scandalizzati” di fronte alla situazione di confusione e apparente conflitto tra le diverse confessioni (cattolici, greco-ortodossi, armeni ecc.), che il Custode ha definito come “liti da condominio” su questioni pratiche e secondarie, ma Gerusalemme è anche l’unico posto al mondo dove convivono in questo modo tutte le confessioni cristiane. Con la presenza inoltre degli ebrei e dei musulmani. E’ un clima che si può respirare solo in questa città: qui ogni pietra parla di Dio. Lo spirito di Gerusalemme è quello che abbiamo respirato stamattina celebrando la Messa con il sottofondo del Muezzin che chiama alla preghiera e con gli ebrei a poca distanza che intonano i loro lamenti sotto il muro del pianto.

Mi piace chiamare quest’esperienza un viaggio-pellegrinaggio perché ha avuto le caratteristiche di entrambe. Abbiamo vissuto una forte momento di spiritualità e di riscoperta di quello che significa per noi cristiani di oggi la vita di quel Cristo che ha cambiato le sorti dell’umanità e delle nostre vite.  Ma è stato anche un vero viaggio, cercando di incontrare e di capire i luoghi e le culture che ci ospitavano. Con i molti limiti dei viaggi organizzati dalle agenzie (che infatti normalmente cerco di evitare…), ma con alcune opportunità significative come quella di oggi, o i momenti a Ramallah e a Hebron.

Di considerazioni finali se ne possono fare tante, ma molte sono già emerse dai lunghi racconti di questi viaggi. Restano le emozioni, gli incontri, gli sguardi, gli odori, i suoni, i paesaggi e tutto quello che fa parte di un viaggio, e che resta indelebilmente in ognuno di noi e che difficilmente si può trascrivere su un racconto, per quanto bene fatto (e non è certo questo il caso!). E resta anche il desiderio di ripartire per altre mete, ma anche di tornare prima o poi in questa città e in questi luoghi che più che per i monumenti e i paesaggi fanno innamorare per la storia, la cultura, le persone, le enormi contraddizioni, le difficoltà che nascono dalla convivenza tra popoli e culture diverse. Insomma un mix di tutto ciò che è la nostra umanità, così meravigliosa e così incapace di vivere in pace utilizzando le proprie potenzialità per creare anche qui sulla Terra quel Paradiso che Dio ci ha promesso. E chissà Lui cosa penserà, vedendo la sua terra prediletta nella quale si mischiano invocazioni a Lui in ogni lingua e ogni credo, ma anche mitra imbracciati da ragazzini e tante altre contraddizioni qui così presenti…

Non posso concludere che con un… BUON VIAGGIO A TUTTI!!!

 
 
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