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Costruire comunità.

  • Immagine del redattore: Roberto Toninelli
    Roberto Toninelli
  • 15 nov 2017
  • Tempo di lettura: 3 min

La comunità e le relazioni. E’ stato il tema dell’ultimo degli “Incontri nel chiostro” che abbiamo organizzato con gli amici del Circolo Acli Medio Chiese a Gavardo. Riflessioni interessanti di Ivo Lizzola e don Fabio Corazzina che ho ripreso in mano in questi giorni. Molto attuali. Provo a riportare una sintesi disordinata degli spunti più interessanti, con qualche considerazione finale.

Essere comunità significa avere un progetto comune. Sapere che non abbiamo solo una vita privata, ma anche una vita comune con altre persone. Che a volte si affidano a noi. E a volte siamo noi che ci affidiamo a loro. Nella consapevolezza di essere tutti fragili. E serve che si riconosca questa vita comune che ci lega gli uni agli altri. La comunità non può essere statica, alla ricerca della riproposizione di regole e abitudini del passato, per cercare di creare una falsa identità, che invece deve crescere nell’avere un sogno comune per il futuro. Oggi invece ci pensiamo separati dagli altri. In una società divisa tra coloro che meritano e coloro che non meritano. Pensiamo di essere creditori verso la società, non debitori. Siamo in un tempo d’esodo, di attraversamento e di cambiamento. E in questo tempo per fare comunità bisogna costruire l’evidenza del valore della prossimità, del fatto che si è gli uni gli altri profondamente legati, debitori verso l’altro. Posso sperare nel futuro solo se possiamo contare l’uno sull’altro. Questo vuol dire non aver paura di essere fragili. Si scopre la vita comune come ciò che dà gusto all’esistenza, e ciò che risponde ai bisogni. Ma l’esodo è esperienza di libertà. Mi libero se ho uno sguardo nuovo, diverso. Spesso invece lo sguardo delle nostre comunità è negativo, incapace di vedere le positività. C’è una grande solitudine, anche spirituale e sociale. Eppure le persone hanno il bisogno di partecipare. E il “noi” uno se lo cerca. Spesso in modo sbagliato, appoggiandosi a delle appartenenze che sono identitarie (fatte di conservazione e tradizione) ma che non mettono al centro la persona. Allora il problema è la trasformazione della comunità in “io collettivo”. E non in uno spazio di incontro, dove prevalga lo sguardo fraterno. Serve cambiare lo sguardo verso gli altri, in modo che ognuno riesca a vedere la sua possibile attivazione come elemento generatore. Mentre prima si vedevano solo preoccupazioni e bisogni. La nuova prospettiva (in questo esodo) è lo stare dentro i problemi senza vittimizzarci, essendo risorsa anche da fragili. Con scambi tra persone che hanno fragilità diverse. E che così facendo costruiscono identità che hanno la necessità di incontrare, non di difendersi. Perché sono le identità fragili che hanno bisogno di sentirsi difese. Le identità ben costituite non ne hanno bisogno. Le identità forti non hanno problemi a incontrare l’altro. Anzi… ne hanno bisogno per capire la storia dell’altro. Non si va da nessuna parte se si continua a incontrare se stessi e i vicini. Non si cresce, ma si replica. Non si genera.

Apparentemente sembrano riflessioni molto astratte. Invece sono molto concrete, e ci interrogano su come viviamo il nostro essere parte di una comunità. E si scoprono tante piccole esperienze e modalità che riescono a essere generative. Che cercano di creare e costruire un “noi”, disegnando scenari di futuro. Di chi vive la sua relazione con l’altro e con la comunità nella prospettiva di poter essere una risorsa, nell’ottica di aiutarsi e sostenersi reciprocamente nelle fragilità (e potenzialità) che tutti abbiamo. Peccato che molti invece intendano la comunità come occasione per emergere e per ergersi continuamente a giudici che hanno già capito tutto. Pretendendo solo di ricevere e mai dando nulla agli altri. Per chiudersi al diverso e a chi è più fragile in nome di una presunta e arrogante superiorità e autosufficienza. Ma siamo in un tempo di esodo, cioè di cambiamento e di passaggio. E sono i generativi coloro che sapranno indicare la strada del futuro.

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Dal finestrino dell’aereo che porta verso Istanbul, si riesce a distinguere Venezia, l’antica capitale della Repubblica Serenissima che per secoli ha avuto rapporti strettissimi con l’Impero Ottomano, fatto di scambi e commerci ma anche di conflitti e continue tensioni. Un’immagine che fa da anticipazione alla seconda parte del viaggio che ho avuto l’onore e ili piacere di guidare che si è tenuto nell’ultima settimana del settembre 2023, che abbiamo organizzato come Acli provinciali di Brescia e Ipsia Brescia Odv, all’interno delle proposte di Fabula Mundi, il percorso di geopolitica che da 13 anni cerca di offrire opportunità per comprendere il mondo.

 

Le prime due giornate hanno avuto la Cappadocia come meta. Siamo arrivati con il buio ma già la mattina successiva era in previsione la famosa escursione con la mongolfiera. Qualcuno è salito e qualcuno (come me) ha visto lo spettacolo dal basso, vedendo decine di mongolfiere salire tra le formazioni rocciose che poi avremmo imparato a conoscere e il cielo che iniziava ad essere rischiarato da una splendida alba. Veramente un paesaggio unico.

La Cappadocia. Una terra meravigliosa, nella quale la natura ha giocato modellando la roccia in forme che sono uniche al mondo. Proprio in questo territorio vissero molte delle prime comunità di cristiani, per sfuggire dalle persecuzioni dei romani. Qui trovarono rifugio favorite dalla facilità dello scavare rocce fatte di morbido tufo nato da migliaia di eruzioni vulcaniche avvenute milioni di anni fa. I villaggi scavati nella roccia raccontano di un rapporto simbiotico tra l’uomo e l’ambiente naturale nel quale hanno vissuto queste comunità. Un rapporto diverso da quello al quale siamo abituati. Tra i giochi di tufo e le guglie dei bellissimi camini delle fate, si intravedono le aperture di porte, finestre e piccionaie. Abitazioni eremitiche o interi villaggi, che racchiudono oltre 2000 chiese. Alcune minuscole e semplici, altre più complesse e interamente affrescate. Il pensiero va a queste comunità di cristiani (ma non solo; molti villaggi sono stati abitati fino a pochi anni fa da persone di tutte le fedi), che hanno vissuto in totale simbiosi con l’ambiente che li ha ospitati. Un volo interno ha poi portato il gruppo (di 40 persone) a Istanbul. Città che dalla nascita della moderna Turchia (dopo la fine dell’Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale) ad opera di Mustafa Kemal Atatürk, ha ceduto lo scettro di capitale ad Ankara. Ma che resta un’enorme megalopoli di circa 20 milioni di persone. Posta tra le due sponde del Bosforo, ponte e anello di congiunzione tra l’Europa e l’Asia, è stata per secoli uno dei centri più importanti del mondo. Prima Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli nel 330 (periodo storico nel quale si tennero alcuni tra i più importanti Concili della Chiesa), capitale dell’impero romano d’Oriente (in realtà unico impero romano dal 476 fino al 1465) e poi dell’Impero Ottomano.

 

I secoli passati raccontano per esempio del grande ruolo dei genovesi, che hanno importato commerci, lasciato palazzi, la torre di Galata e un segno indelebile nella storia. Ma anche oggi bastano pochi minuti per passare dalle zone abitate da gruppi islamici tradizionalisti, al quartiere di cristiani ortodossi (intorno alla bellissima Cattedrale di San Giorgio, centro del Patriarcato di Costantinopoli), per incontrare poi a poca distanza una delle tante moschee.

Abbiamo visitato i principali monumenti e quartieri della città, posti tra le due sponde del Corno d’Oro, accompagnati da bravissime guide locali e da due docenti universitari esperti dell’area e della storia dei paesi islamici (gli amici Carlo e Michele). Ci hanno aiutato a leggere l’incredibile storia che si respira ovunque nella città, insieme a quello spirito cosmopolita e di accoglienza delle diverse comunità che è stato una caratteristica fondamentale nell’identità di Costantinopoli e che si coglie ancora nelle vie dei quartieri storici.

 

Durante il viaggio abbiamo vissuto momenti intensi (come quelli nella Moschea di Fatih e nella Moschea di Solimano) per conoscere e comprendere l’Islam, anche nel suo rapporto con il cristianesimo. Colloqui con una delle guide italo-turche pieni di spiritualità e di voglia di capire. Il clima che abbiamo respirato nelle Moschee era accogliente e di intensa spiritualità. Molto interessante è stato anche l’incontro con frate Luca della comunità dei domenicani, che ha raccontato della fatica (che è anche opportunità) di potersi raccontare e farsi conoscere alle altre confessioni religiose. Spesso il cristianesimo è visto come appartenenza etnica e non scelta di fede.

 

Il viaggio ha permesso di conoscere anche la più antica comunità storica italofona all'estero, quella levantina di Istanbul, raccontata anche nell’ultimo libro di Miguel Servelli, con il quale ci si è confrontati dentro un vivace caffè letterario del centro.

 

La geopolitica cerca di cogliere le dinamiche delle attuali relazioni internazionali. Ma sempre di più ci rendiamo conto che per comprenderle è necessario conoscere la storia, la cultura e la società di uno stato e di un popolo. E da questo punto di vista questo viaggio è stata un’ottima opportunità. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Le contraddizioni di una metropoli di 20 milioni di abitanti, i bambini e i giovani che cercano di sopravvivere con gli avanzi di cibo o con i rifiuti differenziabili raccolti in giro, i gatti presenti ovunque, la vitalità e laboriosità a tutte le ore del giorno e della notte, le migliaia di giovani che attraversano le vie dei quartieri, la rassegnazione per una situazione politica che appare difficile da modificare, e un popolo accogliente ed estremamente garbato e dignitoso. Ma pure le cene tipiche, gli aromi del narghilè e il raky (liquore tipico). Gli attraversamenti in battello tra Europa ed Asia, la rete della metropolitana (a Istanbul c’è la seconda metropolitana più antica del mondo, del 1875) e il secondo aeroporto più grande del mondo e il traffico caotico.

 

Ma anche i tentativi di minare la laicità dello stato che resiste nonostante Erdogan cerchi di costruire una forte identità turca basata molto sulla dimensione religiosa. Impressiona sapere che il ministero con la voce di spesa più alta è quello degli affari religiosi. Addirittura più della sanità, della pubblica istruzione o della difesa (e siamo nel paese con il secondo esercito della Nato). Tutti i costi relativi alla gestione delle moschee sono a carico dello stato. E molto altro, inclusa la stampa del Corano disponibile gratuitamente per tutti i visitatori e stampato in una decina di lingue. E amareggia vedere Santa Sofia (una delle meraviglie storiche e architettoniche dell’Europa) tornata ad essere nuovamente moschea dopo tanti secoli. Un edificio che sta per compiere 1500 anni e che è stato per quasi 900 anni cattedrale cristiana e poi moschea per altri 5 secoli. Una storia che rende questo meraviglioso edificio un potenziale santuario proprio del dialogo tra diverse religioni e culture. Una sfida che ci auguriamo possa essere colta prima o poi da questa meravigliosa città, per riuscire ad essere fedele alla sua storia e alla sua identità.

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