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Vento d'Europa

  • Immagine del redattore: Roberto Toninelli
    Roberto Toninelli
  • 4 mag 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

Da un anno a questa parte, qualunque sia l’argomento di cui si voglia parlare, è impossibile non fare riferimento alla pandemia che dal 2020 ha sconvolto le nostre vite. E questo vale anche se il tema è l’Europa.

Da subito è stato chiaro che il virus ha accelerato dei processi che erano già in atto, soprattutto in ambito sociale, politico e geopolitico. Uno di questi era l’evoluzione della globalizzazione, che è stata messa a nudo più ancora di quanto già non lo fosse. Sono emerse le profonde disuguaglianze e differenze tra i singoli Stati, e spesso anche all’interno di essi.

I primi mesi dell’emergenza sono stati caratterizzati da un profondo senso di disorientamento e molte nazioni hanno dato risposte molto diverse e spesso contradditorie rispetto ai paesi confinanti (basta pensare alle chiusure delle frontiere delle prime settimane di emergenza).

Quando però arriva la tempesta, il rischio maggiore lo corrono le imbarcazioni più piccole, soprattutto se restano da sole ad affrontare le difficoltà. Ed è il rischio che stavano correndo i paesi più piccoli. L’Unione Europea si è trovata quindi davanti ad un bivio. Lasciare che ogni Stato affrontasse la pandemia per conto suo, magari dentro un quadro governato dalla competizione (per esempio nell’acquisto dei vaccini, come stava succedendo all’inizio). Oppure farsi protagonista riscoprendo il senso più profondo del suo essere, promuovendo la cooperazione tra Stati come fondamento stesso del progetto di sovranità europea.

Il primo fondamentale passo in tal senso è stato l’accordo raggiunto tra tutti i leader dei paesi europei per creare un debito comune per finanziare la ripresa delle nostre economie di fronte alla crisi nata dal Covid; quell’accordo che ha poi preso il nome di Recovery Fund o Next Generation EU. L’altra mossa importante è stata quella di porsi come centrale di acquisto per trattare direttamente con le Big Pharm per i vaccini, non lasciando che ogni singolo stato trattasse quantità e prezzi, cosa che avrebbe svantaggiato soprattutto le nazioni più piccole.

Ma questi non sono stati affatto passaggi rapidi e immediati. Si è perso tempo prezioso. Ma in questi anni abbiamo imparato che non è facile mettere d’accordo 27 Stati. Forse è aumentata anche la consapevolezza che le sfide globali che il nostro tempo ci pone, non possono essere affrontate dai singoli stati, ma richiedono cooperazione e collaborazione.

E l’Unione Europea è uno strumento formidabile da questo punto di vista. Sicuramente ancora troppo lento, diviso e con una governance da rivedere (a partire dal diritto di veto).

Ma una “casa comune” che sembra uscire rafforzata da questi anni caratterizzati prima dalle pulsioni populiste e sovraniste e poi dalla pandemia. E la cosa la si percepisce anche nel nostro (spesso misero) dibattito politico. L’impressione è che in questi ultimi mesi non si parli più di Europa con un’accezione prevalentemente negativa. Purtroppo l’UE è stata spesso usata come capro espiatorio, come causa e origine di tutti i nostri mali (“tutta colpa dell’euro”, “ce lo chiede l’Europa”). Forse il merito sarà anche delle scelte coraggiose e lungimiranti di questi ultimi mesi? Può darsi. Aggiungiamo poi il fatto che negli ultimi (quasi) due anni il Governo ha avuto uno spirito europeista senz’altro più marcato rispetto ai mesi del “Conte1”.

Forse finalmente sta tornando ad aumentare il senso di appartenenza alla nostra Europa. È una sensazione, ma soprattutto un auspicio. Paradossalmente un contributo in tal senso è arrivato all’inizio di aprile dallo sgarbo che Erdogan ha riservato alla Presidente Ursula von der Leyen. Per una volta ci siamo sentiti indignati, irritati e anche offesi, non come italiani, ma come europei. Forse un (involontario) contributo per rafforzare quel senso di appartenenza all’Europa che speriamo torni a crescere in tutti i cittadini di questo grande progetto di integrazione e cooperazione.


Articolo pubblicato su www.battagliesociali.it il 4 maggio 2021.

 
 
 

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Dal finestrino dell’aereo che porta verso Istanbul, si riesce a distinguere Venezia, l’antica capitale della Repubblica Serenissima che per secoli ha avuto rapporti strettissimi con l’Impero Ottomano, fatto di scambi e commerci ma anche di conflitti e continue tensioni. Un’immagine che fa da anticipazione alla seconda parte del viaggio che ho avuto l’onore e ili piacere di guidare che si è tenuto nell’ultima settimana del settembre 2023, che abbiamo organizzato come Acli provinciali di Brescia e Ipsia Brescia Odv, all’interno delle proposte di Fabula Mundi, il percorso di geopolitica che da 13 anni cerca di offrire opportunità per comprendere il mondo.

 

Le prime due giornate hanno avuto la Cappadocia come meta. Siamo arrivati con il buio ma già la mattina successiva era in previsione la famosa escursione con la mongolfiera. Qualcuno è salito e qualcuno (come me) ha visto lo spettacolo dal basso, vedendo decine di mongolfiere salire tra le formazioni rocciose che poi avremmo imparato a conoscere e il cielo che iniziava ad essere rischiarato da una splendida alba. Veramente un paesaggio unico.

La Cappadocia. Una terra meravigliosa, nella quale la natura ha giocato modellando la roccia in forme che sono uniche al mondo. Proprio in questo territorio vissero molte delle prime comunità di cristiani, per sfuggire dalle persecuzioni dei romani. Qui trovarono rifugio favorite dalla facilità dello scavare rocce fatte di morbido tufo nato da migliaia di eruzioni vulcaniche avvenute milioni di anni fa. I villaggi scavati nella roccia raccontano di un rapporto simbiotico tra l’uomo e l’ambiente naturale nel quale hanno vissuto queste comunità. Un rapporto diverso da quello al quale siamo abituati. Tra i giochi di tufo e le guglie dei bellissimi camini delle fate, si intravedono le aperture di porte, finestre e piccionaie. Abitazioni eremitiche o interi villaggi, che racchiudono oltre 2000 chiese. Alcune minuscole e semplici, altre più complesse e interamente affrescate. Il pensiero va a queste comunità di cristiani (ma non solo; molti villaggi sono stati abitati fino a pochi anni fa da persone di tutte le fedi), che hanno vissuto in totale simbiosi con l’ambiente che li ha ospitati. Un volo interno ha poi portato il gruppo (di 40 persone) a Istanbul. Città che dalla nascita della moderna Turchia (dopo la fine dell’Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale) ad opera di Mustafa Kemal Atatürk, ha ceduto lo scettro di capitale ad Ankara. Ma che resta un’enorme megalopoli di circa 20 milioni di persone. Posta tra le due sponde del Bosforo, ponte e anello di congiunzione tra l’Europa e l’Asia, è stata per secoli uno dei centri più importanti del mondo. Prima Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli nel 330 (periodo storico nel quale si tennero alcuni tra i più importanti Concili della Chiesa), capitale dell’impero romano d’Oriente (in realtà unico impero romano dal 476 fino al 1465) e poi dell’Impero Ottomano.

 

I secoli passati raccontano per esempio del grande ruolo dei genovesi, che hanno importato commerci, lasciato palazzi, la torre di Galata e un segno indelebile nella storia. Ma anche oggi bastano pochi minuti per passare dalle zone abitate da gruppi islamici tradizionalisti, al quartiere di cristiani ortodossi (intorno alla bellissima Cattedrale di San Giorgio, centro del Patriarcato di Costantinopoli), per incontrare poi a poca distanza una delle tante moschee.

Abbiamo visitato i principali monumenti e quartieri della città, posti tra le due sponde del Corno d’Oro, accompagnati da bravissime guide locali e da due docenti universitari esperti dell’area e della storia dei paesi islamici (gli amici Carlo e Michele). Ci hanno aiutato a leggere l’incredibile storia che si respira ovunque nella città, insieme a quello spirito cosmopolita e di accoglienza delle diverse comunità che è stato una caratteristica fondamentale nell’identità di Costantinopoli e che si coglie ancora nelle vie dei quartieri storici.

 

Durante il viaggio abbiamo vissuto momenti intensi (come quelli nella Moschea di Fatih e nella Moschea di Solimano) per conoscere e comprendere l’Islam, anche nel suo rapporto con il cristianesimo. Colloqui con una delle guide italo-turche pieni di spiritualità e di voglia di capire. Il clima che abbiamo respirato nelle Moschee era accogliente e di intensa spiritualità. Molto interessante è stato anche l’incontro con frate Luca della comunità dei domenicani, che ha raccontato della fatica (che è anche opportunità) di potersi raccontare e farsi conoscere alle altre confessioni religiose. Spesso il cristianesimo è visto come appartenenza etnica e non scelta di fede.

 

Il viaggio ha permesso di conoscere anche la più antica comunità storica italofona all'estero, quella levantina di Istanbul, raccontata anche nell’ultimo libro di Miguel Servelli, con il quale ci si è confrontati dentro un vivace caffè letterario del centro.

 

La geopolitica cerca di cogliere le dinamiche delle attuali relazioni internazionali. Ma sempre di più ci rendiamo conto che per comprenderle è necessario conoscere la storia, la cultura e la società di uno stato e di un popolo. E da questo punto di vista questo viaggio è stata un’ottima opportunità. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Le contraddizioni di una metropoli di 20 milioni di abitanti, i bambini e i giovani che cercano di sopravvivere con gli avanzi di cibo o con i rifiuti differenziabili raccolti in giro, i gatti presenti ovunque, la vitalità e laboriosità a tutte le ore del giorno e della notte, le migliaia di giovani che attraversano le vie dei quartieri, la rassegnazione per una situazione politica che appare difficile da modificare, e un popolo accogliente ed estremamente garbato e dignitoso. Ma pure le cene tipiche, gli aromi del narghilè e il raky (liquore tipico). Gli attraversamenti in battello tra Europa ed Asia, la rete della metropolitana (a Istanbul c’è la seconda metropolitana più antica del mondo, del 1875) e il secondo aeroporto più grande del mondo e il traffico caotico.

 

Ma anche i tentativi di minare la laicità dello stato che resiste nonostante Erdogan cerchi di costruire una forte identità turca basata molto sulla dimensione religiosa. Impressiona sapere che il ministero con la voce di spesa più alta è quello degli affari religiosi. Addirittura più della sanità, della pubblica istruzione o della difesa (e siamo nel paese con il secondo esercito della Nato). Tutti i costi relativi alla gestione delle moschee sono a carico dello stato. E molto altro, inclusa la stampa del Corano disponibile gratuitamente per tutti i visitatori e stampato in una decina di lingue. E amareggia vedere Santa Sofia (una delle meraviglie storiche e architettoniche dell’Europa) tornata ad essere nuovamente moschea dopo tanti secoli. Un edificio che sta per compiere 1500 anni e che è stato per quasi 900 anni cattedrale cristiana e poi moschea per altri 5 secoli. Una storia che rende questo meraviglioso edificio un potenziale santuario proprio del dialogo tra diverse religioni e culture. Una sfida che ci auguriamo possa essere colta prima o poi da questa meravigliosa città, per riuscire ad essere fedele alla sua storia e alla sua identità.

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