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Occorre una routine della pace. Non una normalità della guerra

  • Immagine del redattore: Roberto Toninelli
    Roberto Toninelli
  • 3 giu 2022
  • Tempo di lettura: 3 min


Cento. Sono i giorni trascorsi da quel terribile 24 febbraio. Quando il risveglio fu causato alle decine di messaggi allarmati sulle chat con i ragazzi ucraini. Era iniziata la guerra.


Poco più di tre mesi. Un nulla rispetto alla storia dell’umanità. Ma un tempo infinito per chi ha avuto la propria vita sconvolta da questa follia. Sembra davvero passata un’eternità anche ripensando a quei primi giorni. Giorni nei quali eravamo sconvolti, addolorati, disorientati, impauriti. Sentimenti che non sono scomparsi, ma che pian piano hanno lasciato spazio ad una sorta di ritorno alla normalità. Nella quale purtroppo l’orrore di questa guerra sta diventando routine alla quale ci stiamo abituando.


In questo periodo è successo veramente di tutto. Raccolte di generi alimentari, di medicinali e di altri prodotti che ci chiedevano. Raccolte fondi. Incontri, riunioni, testimonianze e preghiere. Un viaggio in Ucraina con gli amici di Domani Zavtra (associazione che in questi 3 mesi ha fatto cose meravigliose) per portare ambulanze, aiuti e abbracci. La costituzione di un Comitato a Mazzano, con l’attivazione di una rete e di alcune iniziative a sostegno dei profughi grazie alla disponibilità di molte realtà e persone di cuore. E altro ancora. Poche gocce in un mare di bisogni, destinato ad aumentare a lungo purtroppo.


Ma soprattutto in questi 100 giorni ci sono state ore di telefonate e di chat con i ragazzi. Con una preoccupazione costante per la loro situazione, e con il cuore e il pensiero sempre rivolto a loro. Ai tanti ragazzi che erano sotto i bombardamenti delle prime settimane. A Kolya, che ha rischiato la vita per portare più di cento persone in salvo, facendole uscire da Chernigov. A Sasha che è nell’esercito, e che ad un certo punto è completamente scomparso (rapito dai russi, torturato per 3 settimane e rilasciato in uno scambio di prigionieri; lo avevamo ormai dato per morto). A tanti ragazzi che non avevano da mangiare, e che anche adesso stanno faticando senza un lavoro e con il peso di una situazione veramente pesante, anche dal punto di vista psicologico. E ai ragazzi che in realtà non abbiamo mai sentito e dei quali non sappiamo nulla. Alcuni di loro li ho sentiti l’ultima volta pochi giorni prima dell’inizio della guerra, e poi più nulla.


Certo, ora la regione di Cernigov è stata liberata e la situazione è migliore per molti di loro. Ma la città è devastata (80% di abitazioni danneggiate e infrastrutture in gran parte distrutte). Così come la vita delle persone. Per fortuna gli aiuti umanitari arrivano in modo abbastanza capillare, grazie anche ad un lavoro meraviglioso di molti dei “nostri” ragazzi. In questa situazione drammatica, moltissimi ucraini e moltissime ucraine hanno confermato di essere persone meravigliose, generose, coraggiose, resilienti e con uno spirito fantastico. Penso a Liuba, a Gianna e a tanti/e altri/e.


Purtroppo ora moltissimi hanno perso il lavoro e stanno facendo fatica. Il solo pensiero del futuro non fa che aumentare l’angoscia. Innanzitutto perché non si vede una fine rapida ad una situazione dove non trovano spazio il dialogo e la volontà di fermare una guerra che (come tutte) oggi provoca morte, dolore e distruzione, e domani significherà anche povertà, odio e rancore, con un tessuto sociale devastato.


No. Non dobbiamo e non possiamo abituarci a questo orrore. Non deve diventare routine. La voglia di pace, la vicinanza e la solidarietà con il popolo ucraino, la denuncia di questa folle invasione militare, non devono diminuire o svanire. Così come non dobbiamo dimenticare le altre decine di situazioni di guerra che nel mondo continuano a distruggere la vita delle persone e intere comunità.


Occorre restare vigili. Perché siamo in una fase nella quale vogliamo tornare ad una vita “normale”, tra l’altro proprio ora che finalmente stiamo uscendo dalla pandemia del Covid. Ma il ritorno alla nostra routine, non può e non deve significare indifferenza. La normalità della guerra è il rischio che corriamo, e forse è ciò che desidera chi ha interessi di morte e distruzione. Quella voglia di pace e di solidarietà che è stata fortissima dopo il 24 febbraio, ora deve diventare la vera “routine”. Dobbiamo continuare, oggi più che mai, ad essere costruttori di pace, continuando il lavoro fatto in questi 100 giorni. Forse questa è una delle strade per resistere e per dare il nostro contributo di umanità: cercare di costruire una routine della pace e della solidarietà. Contro una routine della guerra.


Buon cammino a tutti noi.

 
 
 

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Dal finestrino dell’aereo che porta verso Istanbul, si riesce a distinguere Venezia, l’antica capitale della Repubblica Serenissima che per secoli ha avuto rapporti strettissimi con l’Impero Ottomano, fatto di scambi e commerci ma anche di conflitti e continue tensioni. Un’immagine che fa da anticipazione alla seconda parte del viaggio che ho avuto l’onore e ili piacere di guidare che si è tenuto nell’ultima settimana del settembre 2023, che abbiamo organizzato come Acli provinciali di Brescia e Ipsia Brescia Odv, all’interno delle proposte di Fabula Mundi, il percorso di geopolitica che da 13 anni cerca di offrire opportunità per comprendere il mondo.

 

Le prime due giornate hanno avuto la Cappadocia come meta. Siamo arrivati con il buio ma già la mattina successiva era in previsione la famosa escursione con la mongolfiera. Qualcuno è salito e qualcuno (come me) ha visto lo spettacolo dal basso, vedendo decine di mongolfiere salire tra le formazioni rocciose che poi avremmo imparato a conoscere e il cielo che iniziava ad essere rischiarato da una splendida alba. Veramente un paesaggio unico.

La Cappadocia. Una terra meravigliosa, nella quale la natura ha giocato modellando la roccia in forme che sono uniche al mondo. Proprio in questo territorio vissero molte delle prime comunità di cristiani, per sfuggire dalle persecuzioni dei romani. Qui trovarono rifugio favorite dalla facilità dello scavare rocce fatte di morbido tufo nato da migliaia di eruzioni vulcaniche avvenute milioni di anni fa. I villaggi scavati nella roccia raccontano di un rapporto simbiotico tra l’uomo e l’ambiente naturale nel quale hanno vissuto queste comunità. Un rapporto diverso da quello al quale siamo abituati. Tra i giochi di tufo e le guglie dei bellissimi camini delle fate, si intravedono le aperture di porte, finestre e piccionaie. Abitazioni eremitiche o interi villaggi, che racchiudono oltre 2000 chiese. Alcune minuscole e semplici, altre più complesse e interamente affrescate. Il pensiero va a queste comunità di cristiani (ma non solo; molti villaggi sono stati abitati fino a pochi anni fa da persone di tutte le fedi), che hanno vissuto in totale simbiosi con l’ambiente che li ha ospitati. Un volo interno ha poi portato il gruppo (di 40 persone) a Istanbul. Città che dalla nascita della moderna Turchia (dopo la fine dell’Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale) ad opera di Mustafa Kemal Atatürk, ha ceduto lo scettro di capitale ad Ankara. Ma che resta un’enorme megalopoli di circa 20 milioni di persone. Posta tra le due sponde del Bosforo, ponte e anello di congiunzione tra l’Europa e l’Asia, è stata per secoli uno dei centri più importanti del mondo. Prima Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli nel 330 (periodo storico nel quale si tennero alcuni tra i più importanti Concili della Chiesa), capitale dell’impero romano d’Oriente (in realtà unico impero romano dal 476 fino al 1465) e poi dell’Impero Ottomano.

 

I secoli passati raccontano per esempio del grande ruolo dei genovesi, che hanno importato commerci, lasciato palazzi, la torre di Galata e un segno indelebile nella storia. Ma anche oggi bastano pochi minuti per passare dalle zone abitate da gruppi islamici tradizionalisti, al quartiere di cristiani ortodossi (intorno alla bellissima Cattedrale di San Giorgio, centro del Patriarcato di Costantinopoli), per incontrare poi a poca distanza una delle tante moschee.

Abbiamo visitato i principali monumenti e quartieri della città, posti tra le due sponde del Corno d’Oro, accompagnati da bravissime guide locali e da due docenti universitari esperti dell’area e della storia dei paesi islamici (gli amici Carlo e Michele). Ci hanno aiutato a leggere l’incredibile storia che si respira ovunque nella città, insieme a quello spirito cosmopolita e di accoglienza delle diverse comunità che è stato una caratteristica fondamentale nell’identità di Costantinopoli e che si coglie ancora nelle vie dei quartieri storici.

 

Durante il viaggio abbiamo vissuto momenti intensi (come quelli nella Moschea di Fatih e nella Moschea di Solimano) per conoscere e comprendere l’Islam, anche nel suo rapporto con il cristianesimo. Colloqui con una delle guide italo-turche pieni di spiritualità e di voglia di capire. Il clima che abbiamo respirato nelle Moschee era accogliente e di intensa spiritualità. Molto interessante è stato anche l’incontro con frate Luca della comunità dei domenicani, che ha raccontato della fatica (che è anche opportunità) di potersi raccontare e farsi conoscere alle altre confessioni religiose. Spesso il cristianesimo è visto come appartenenza etnica e non scelta di fede.

 

Il viaggio ha permesso di conoscere anche la più antica comunità storica italofona all'estero, quella levantina di Istanbul, raccontata anche nell’ultimo libro di Miguel Servelli, con il quale ci si è confrontati dentro un vivace caffè letterario del centro.

 

La geopolitica cerca di cogliere le dinamiche delle attuali relazioni internazionali. Ma sempre di più ci rendiamo conto che per comprenderle è necessario conoscere la storia, la cultura e la società di uno stato e di un popolo. E da questo punto di vista questo viaggio è stata un’ottima opportunità. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Le contraddizioni di una metropoli di 20 milioni di abitanti, i bambini e i giovani che cercano di sopravvivere con gli avanzi di cibo o con i rifiuti differenziabili raccolti in giro, i gatti presenti ovunque, la vitalità e laboriosità a tutte le ore del giorno e della notte, le migliaia di giovani che attraversano le vie dei quartieri, la rassegnazione per una situazione politica che appare difficile da modificare, e un popolo accogliente ed estremamente garbato e dignitoso. Ma pure le cene tipiche, gli aromi del narghilè e il raky (liquore tipico). Gli attraversamenti in battello tra Europa ed Asia, la rete della metropolitana (a Istanbul c’è la seconda metropolitana più antica del mondo, del 1875) e il secondo aeroporto più grande del mondo e il traffico caotico.

 

Ma anche i tentativi di minare la laicità dello stato che resiste nonostante Erdogan cerchi di costruire una forte identità turca basata molto sulla dimensione religiosa. Impressiona sapere che il ministero con la voce di spesa più alta è quello degli affari religiosi. Addirittura più della sanità, della pubblica istruzione o della difesa (e siamo nel paese con il secondo esercito della Nato). Tutti i costi relativi alla gestione delle moschee sono a carico dello stato. E molto altro, inclusa la stampa del Corano disponibile gratuitamente per tutti i visitatori e stampato in una decina di lingue. E amareggia vedere Santa Sofia (una delle meraviglie storiche e architettoniche dell’Europa) tornata ad essere nuovamente moschea dopo tanti secoli. Un edificio che sta per compiere 1500 anni e che è stato per quasi 900 anni cattedrale cristiana e poi moschea per altri 5 secoli. Una storia che rende questo meraviglioso edificio un potenziale santuario proprio del dialogo tra diverse religioni e culture. Una sfida che ci auguriamo possa essere colta prima o poi da questa meravigliosa città, per riuscire ad essere fedele alla sua storia e alla sua identità.

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