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Guerra e pace. Siamo disarmati.

  • Immagine del redattore: Roberto Toninelli
    Roberto Toninelli
  • 10 mar 2022
  • Tempo di lettura: 3 min


Lo shock per il ritorno (dopo tanti anni) di una guerra in Europa, ha colto tutti in modo improvviso e scioccante. Nessuna guerra o sofferenza dell’umanità può lasciarci indifferenti, ma questa volta il coinvolgimento è maggiore. Non solo per la vicinanza geografica e culturale con quella terra, ma anche per gli scenari preoccupanti che abbiamo di fronte. Per chi scrive (come per moltissimi amici bresciani) c’è però un ulteriore motivo per cui l’angoscia e la preoccupazione di questi terribili giorni sono ancora più intensi. Con l’Ucraina c’è un legame molto stretto, iniziato nel 2003 grazie all’associazione camuna Domani Zavtra, che tra le molte attività organizzava anche un grest per animare l’estate dei ragazzi dell’orfanotrofio di Gorodnya, nella regione di Cernigov. Città che è tra quelle che sono state più devastate in queste due settimane, e dove ancora si combatte strada per strada.


Gli istituti come quello di Gorodnya (chiamati “Internat”) sono centinaia in Ucraina. I bambini ospitati hanno in gran parte genitori con problematiche sociali varie (alcolismo in primis). Nei primi anni duemila, i ragazzi dell’Internat di Gorodnya erano circa 200/250. Ultimamente stavano diminuendo notevolmente, perché negli ultimi 10 anni è stato promosso una sorta di affido nazionale e si sta cercando di realizzare strutture più simili alle nostre “case famiglia”. Un percorso con molte contraddizioni e difficoltà.


Quella prima esperienza di animazione fu l’inizio di un cammino che dura da quasi vent’anni, fatto di vacanze estive passate tra i bambini, viaggi invernali, accoglienza di una decina di bambini nella comunità parrocchiale di Ciliverghe. Esperienze che hanno contribuito a creare un legame forte con quella terra e quella cultura. Ma soprattutto un legame con decine di ragazzi, che in questi anni abbiamo cercato di aiutare a sentirsi amati e meno soli. Ragazzi e ragazze che sono cresciuti e ora sono uomini e donne. E che stanno vivendo questa tragedia in prima persona. Alcuni di loro stanno combattendo o cercando di contribuire alla resistenza. Alcuni hanno aperto la propria casa ai profughi; molti sono chiusi in bunker o cantine per proteggersi dai bombardamenti.


Per chi è cresciuto a pane, oratorio e Azione Cattolica, l’impegno educativo e sociale ha sempre avuto il tema della pace come uno dei pilastri fondamentali. Eppure in questi giorni il disorientamento è grande. Ci si sente totalmente “disarmati” di fronte alla volontà di molti ragazzi di combattere. Cosa dire loro per convincerli a fare qualcosa per la propria gente, ma attraverso altre strade? Ragionamenti difficili (i nostri) da comprendere per chi vive una situazione di questo genere. Spesso le discussioni con alcuni ragazzi sono drammatiche, anche per la consapevolezza che hanno di ciò che stanno rischiando e dell’importanza del momento storico che stanno vivendo.


Allora come possiamo ancora lavorare per la pace in una situazione terribile come questa? Forse una prima strada è quella del coltivare le relazioni. Far percepire la vicinanza e la solidarietà con i ragazzi, è ormai un compito quotidiano. Fatto di telefonate e messaggi. A volte rassicuranti, ma più spesso carichi di paura e disperazione. Eppure questo non basta per alleviare l’enorme senso di impotenza che ci assale. Dopo i primi giorni di totale disorientamento, si è attivata la macchina della solidarietà. Piccole gocce in un mare di bisogni, ma per noi un modo per tentare di alleviare quel senso di impotenza e ansia che sono veramente logoranti. Al quale si sommano il dolore e l’angoscia di vedere una terra che amiamo e conosciamo completamente devastata dalla follia e dalla violenza dell’uomo. Ma il dolore più grande è quello delle moltissime vite distrutte. Delle migliaia di morti, ma anche dei milioni di sfollati che hanno perso tutto.


E forse anche questo può essere un contributo per (ri)costruire la pace: tornare a mettere le persone al centro. E non le ideologie o le visioni politiche che spesso giustificano tutto (anche nei nostri ragionamenti). Pensare che le vittime di questo dramma sono uomini, donne e bambini. Volti, storie, relazioni e sogni che sono stati distrutti dalla volontà di far prevalere logiche di potere, di supremazia nazionalistica e disegni geopolitici che schiacciano la pace e la giustizia. Quanta strada ancora da percorrere per affermare la nostra umanità.



Articolo pubblicato su "La Voce del Popolo" di giovedì 10 marzo 2022.

 
 
 

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Dal finestrino dell’aereo che porta verso Istanbul, si riesce a distinguere Venezia, l’antica capitale della Repubblica Serenissima che per secoli ha avuto rapporti strettissimi con l’Impero Ottomano, fatto di scambi e commerci ma anche di conflitti e continue tensioni. Un’immagine che fa da anticipazione alla seconda parte del viaggio che ho avuto l’onore e ili piacere di guidare che si è tenuto nell’ultima settimana del settembre 2023, che abbiamo organizzato come Acli provinciali di Brescia e Ipsia Brescia Odv, all’interno delle proposte di Fabula Mundi, il percorso di geopolitica che da 13 anni cerca di offrire opportunità per comprendere il mondo.

 

Le prime due giornate hanno avuto la Cappadocia come meta. Siamo arrivati con il buio ma già la mattina successiva era in previsione la famosa escursione con la mongolfiera. Qualcuno è salito e qualcuno (come me) ha visto lo spettacolo dal basso, vedendo decine di mongolfiere salire tra le formazioni rocciose che poi avremmo imparato a conoscere e il cielo che iniziava ad essere rischiarato da una splendida alba. Veramente un paesaggio unico.

La Cappadocia. Una terra meravigliosa, nella quale la natura ha giocato modellando la roccia in forme che sono uniche al mondo. Proprio in questo territorio vissero molte delle prime comunità di cristiani, per sfuggire dalle persecuzioni dei romani. Qui trovarono rifugio favorite dalla facilità dello scavare rocce fatte di morbido tufo nato da migliaia di eruzioni vulcaniche avvenute milioni di anni fa. I villaggi scavati nella roccia raccontano di un rapporto simbiotico tra l’uomo e l’ambiente naturale nel quale hanno vissuto queste comunità. Un rapporto diverso da quello al quale siamo abituati. Tra i giochi di tufo e le guglie dei bellissimi camini delle fate, si intravedono le aperture di porte, finestre e piccionaie. Abitazioni eremitiche o interi villaggi, che racchiudono oltre 2000 chiese. Alcune minuscole e semplici, altre più complesse e interamente affrescate. Il pensiero va a queste comunità di cristiani (ma non solo; molti villaggi sono stati abitati fino a pochi anni fa da persone di tutte le fedi), che hanno vissuto in totale simbiosi con l’ambiente che li ha ospitati. Un volo interno ha poi portato il gruppo (di 40 persone) a Istanbul. Città che dalla nascita della moderna Turchia (dopo la fine dell’Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale) ad opera di Mustafa Kemal Atatürk, ha ceduto lo scettro di capitale ad Ankara. Ma che resta un’enorme megalopoli di circa 20 milioni di persone. Posta tra le due sponde del Bosforo, ponte e anello di congiunzione tra l’Europa e l’Asia, è stata per secoli uno dei centri più importanti del mondo. Prima Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli nel 330 (periodo storico nel quale si tennero alcuni tra i più importanti Concili della Chiesa), capitale dell’impero romano d’Oriente (in realtà unico impero romano dal 476 fino al 1465) e poi dell’Impero Ottomano.

 

I secoli passati raccontano per esempio del grande ruolo dei genovesi, che hanno importato commerci, lasciato palazzi, la torre di Galata e un segno indelebile nella storia. Ma anche oggi bastano pochi minuti per passare dalle zone abitate da gruppi islamici tradizionalisti, al quartiere di cristiani ortodossi (intorno alla bellissima Cattedrale di San Giorgio, centro del Patriarcato di Costantinopoli), per incontrare poi a poca distanza una delle tante moschee.

Abbiamo visitato i principali monumenti e quartieri della città, posti tra le due sponde del Corno d’Oro, accompagnati da bravissime guide locali e da due docenti universitari esperti dell’area e della storia dei paesi islamici (gli amici Carlo e Michele). Ci hanno aiutato a leggere l’incredibile storia che si respira ovunque nella città, insieme a quello spirito cosmopolita e di accoglienza delle diverse comunità che è stato una caratteristica fondamentale nell’identità di Costantinopoli e che si coglie ancora nelle vie dei quartieri storici.

 

Durante il viaggio abbiamo vissuto momenti intensi (come quelli nella Moschea di Fatih e nella Moschea di Solimano) per conoscere e comprendere l’Islam, anche nel suo rapporto con il cristianesimo. Colloqui con una delle guide italo-turche pieni di spiritualità e di voglia di capire. Il clima che abbiamo respirato nelle Moschee era accogliente e di intensa spiritualità. Molto interessante è stato anche l’incontro con frate Luca della comunità dei domenicani, che ha raccontato della fatica (che è anche opportunità) di potersi raccontare e farsi conoscere alle altre confessioni religiose. Spesso il cristianesimo è visto come appartenenza etnica e non scelta di fede.

 

Il viaggio ha permesso di conoscere anche la più antica comunità storica italofona all'estero, quella levantina di Istanbul, raccontata anche nell’ultimo libro di Miguel Servelli, con il quale ci si è confrontati dentro un vivace caffè letterario del centro.

 

La geopolitica cerca di cogliere le dinamiche delle attuali relazioni internazionali. Ma sempre di più ci rendiamo conto che per comprenderle è necessario conoscere la storia, la cultura e la società di uno stato e di un popolo. E da questo punto di vista questo viaggio è stata un’ottima opportunità. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Le contraddizioni di una metropoli di 20 milioni di abitanti, i bambini e i giovani che cercano di sopravvivere con gli avanzi di cibo o con i rifiuti differenziabili raccolti in giro, i gatti presenti ovunque, la vitalità e laboriosità a tutte le ore del giorno e della notte, le migliaia di giovani che attraversano le vie dei quartieri, la rassegnazione per una situazione politica che appare difficile da modificare, e un popolo accogliente ed estremamente garbato e dignitoso. Ma pure le cene tipiche, gli aromi del narghilè e il raky (liquore tipico). Gli attraversamenti in battello tra Europa ed Asia, la rete della metropolitana (a Istanbul c’è la seconda metropolitana più antica del mondo, del 1875) e il secondo aeroporto più grande del mondo e il traffico caotico.

 

Ma anche i tentativi di minare la laicità dello stato che resiste nonostante Erdogan cerchi di costruire una forte identità turca basata molto sulla dimensione religiosa. Impressiona sapere che il ministero con la voce di spesa più alta è quello degli affari religiosi. Addirittura più della sanità, della pubblica istruzione o della difesa (e siamo nel paese con il secondo esercito della Nato). Tutti i costi relativi alla gestione delle moschee sono a carico dello stato. E molto altro, inclusa la stampa del Corano disponibile gratuitamente per tutti i visitatori e stampato in una decina di lingue. E amareggia vedere Santa Sofia (una delle meraviglie storiche e architettoniche dell’Europa) tornata ad essere nuovamente moschea dopo tanti secoli. Un edificio che sta per compiere 1500 anni e che è stato per quasi 900 anni cattedrale cristiana e poi moschea per altri 5 secoli. Una storia che rende questo meraviglioso edificio un potenziale santuario proprio del dialogo tra diverse religioni e culture. Una sfida che ci auguriamo possa essere colta prima o poi da questa meravigliosa città, per riuscire ad essere fedele alla sua storia e alla sua identità.

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