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  • Roberto Toninelli

Guerra e pace. Siamo disarmati.



Lo shock per il ritorno (dopo tanti anni) di una guerra in Europa, ha colto tutti in modo improvviso e scioccante. Nessuna guerra o sofferenza dell’umanità può lasciarci indifferenti, ma questa volta il coinvolgimento è maggiore. Non solo per la vicinanza geografica e culturale con quella terra, ma anche per gli scenari preoccupanti che abbiamo di fronte. Per chi scrive (come per moltissimi amici bresciani) c’è però un ulteriore motivo per cui l’angoscia e la preoccupazione di questi terribili giorni sono ancora più intensi. Con l’Ucraina c’è un legame molto stretto, iniziato nel 2003 grazie all’associazione camuna Domani Zavtra, che tra le molte attività organizzava anche un grest per animare l’estate dei ragazzi dell’orfanotrofio di Gorodnya, nella regione di Cernigov. Città che è tra quelle che sono state più devastate in queste due settimane, e dove ancora si combatte strada per strada.


Gli istituti come quello di Gorodnya (chiamati “Internat”) sono centinaia in Ucraina. I bambini ospitati hanno in gran parte genitori con problematiche sociali varie (alcolismo in primis). Nei primi anni duemila, i ragazzi dell’Internat di Gorodnya erano circa 200/250. Ultimamente stavano diminuendo notevolmente, perché negli ultimi 10 anni è stato promosso una sorta di affido nazionale e si sta cercando di realizzare strutture più simili alle nostre “case famiglia”. Un percorso con molte contraddizioni e difficoltà.


Quella prima esperienza di animazione fu l’inizio di un cammino che dura da quasi vent’anni, fatto di vacanze estive passate tra i bambini, viaggi invernali, accoglienza di una decina di bambini nella comunità parrocchiale di Ciliverghe. Esperienze che hanno contribuito a creare un legame forte con quella terra e quella cultura. Ma soprattutto un legame con decine di ragazzi, che in questi anni abbiamo cercato di aiutare a sentirsi amati e meno soli. Ragazzi e ragazze che sono cresciuti e ora sono uomini e donne. E che stanno vivendo questa tragedia in prima persona. Alcuni di loro stanno combattendo o cercando di contribuire alla resistenza. Alcuni hanno aperto la propria casa ai profughi; molti sono chiusi in bunker o cantine per proteggersi dai bombardamenti.


Per chi è cresciuto a pane, oratorio e Azione Cattolica, l’impegno educativo e sociale ha sempre avuto il tema della pace come uno dei pilastri fondamentali. Eppure in questi giorni il disorientamento è grande. Ci si sente totalmente “disarmati” di fronte alla volontà di molti ragazzi di combattere. Cosa dire loro per convincerli a fare qualcosa per la propria gente, ma attraverso altre strade? Ragionamenti difficili (i nostri) da comprendere per chi vive una situazione di questo genere. Spesso le discussioni con alcuni ragazzi sono drammatiche, anche per la consapevolezza che hanno di ciò che stanno rischiando e dell’importanza del momento storico che stanno vivendo.


Allora come possiamo ancora lavorare per la pace in una situazione terribile come questa? Forse una prima strada è quella del coltivare le relazioni. Far percepire la vicinanza e la solidarietà con i ragazzi, è ormai un compito quotidiano. Fatto di telefonate e messaggi. A volte rassicuranti, ma più spesso carichi di paura e disperazione. Eppure questo non basta per alleviare l’enorme senso di impotenza che ci assale. Dopo i primi giorni di totale disorientamento, si è attivata la macchina della solidarietà. Piccole gocce in un mare di bisogni, ma per noi un modo per tentare di alleviare quel senso di impotenza e ansia che sono veramente logoranti. Al quale si sommano il dolore e l’angoscia di vedere una terra che amiamo e conosciamo completamente devastata dalla follia e dalla violenza dell’uomo. Ma il dolore più grande è quello delle moltissime vite distrutte. Delle migliaia di morti, ma anche dei milioni di sfollati che hanno perso tutto.


E forse anche questo può essere un contributo per (ri)costruire la pace: tornare a mettere le persone al centro. E non le ideologie o le visioni politiche che spesso giustificano tutto (anche nei nostri ragionamenti). Pensare che le vittime di questo dramma sono uomini, donne e bambini. Volti, storie, relazioni e sogni che sono stati distrutti dalla volontà di far prevalere logiche di potere, di supremazia nazionalistica e disegni geopolitici che schiacciano la pace e la giustizia. Quanta strada ancora da percorrere per affermare la nostra umanità.



Articolo pubblicato su "La Voce del Popolo" di giovedì 10 marzo 2022.

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