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Chiesa e adulti. Dalla consolazione alla mitezza.

  • Immagine del redattore: Roberto Toninelli
    Roberto Toninelli
  • 21 gen 2022
  • Tempo di lettura: 4 min


La fede e il Vangelo possono ancora dire qualcosa agli adulti di oggi? Le chiese sempre più vuote (non solo di giovani ma anche di adulti) sono il segno di uno scollamento irreversibile tra la Chiesa e “il mondo” o è possibile ripensare ad una pastorale che racconti la gioia del Vangelo?


Sono alcune delle domande che si pone don Armando Matteo nel libro “Convertire Peter Pan. Il destino nella fede nella società dell’eterna giovinezza” (edizioni Ancora), che consiglio non solo agli amici sacerdoti ma anche a quanti vogliono una riflessione libera e stimolante sulle fatiche della Chiesa di oggi. Ma pure sulla nostra generazione di adulti.


L’autore parte dal fatto che in quest’epoca caratterizzata dal Covid, molti cristiani sono rimasti spaesati dal vedere le “chiese vuote” rispetto alla situazione precedente al 2020. Ma in realtà poco è cambiato con il Covid; la fascia d’età che ha diminuito la propria presenza è quella degli anziani. I grandi assenti sono gli adulti, ma non da ora. Ed è vero; conosciamo la grande fatica delle nostre parrocchie (e sempre di più anche degli oratori) di coinvolgere adolescenti e giovani. Ma chi manca all'appello sono gli adulti. Mi trovo sempre più spesso a guardarmi intorno in chiesa e ad essere l’unico (o quasi) sotto i 50-60 anni. Se si escludono i bambini e qualche ragazzo, che in ogni caso spariscono completamente in estate o quando la Messa non è abbinata al catechismo.


Ma qui il ragionamento è costretto a farsi più ampio. La questione non è solo di quante persone vanno a Messa, ma del fatto che la fede è una dimensione sempre più estranea alla vita delle persone. Forse è questo il vero campanello d’allarme, più ancora dei banchi vuoti nelle nostre chiese. In più parti del libro viene smontata la categoria spesso usata nelle varie analisi sociologiche e pastorali dei “credenti non praticanti”; mantenerla ancora valida dispensa dall’assumere un rinnovato atteggiamento missionario.


L’analisi di don Armando Matteo però va oltre l’aspetto religioso, e coglie nel segno. Perché “la vera profonda crisi di oggi è una crisi di adultità”. La generazione dei 30-40-50enni (cioè la mia) è definita quella dei “Peter Pan”, che vivono nel mito dell’eterna giovinezza, con il sentimento di libertà e unicità che guida tutto. Con un approccio alquanto problematico con la responsabilità, che va delegata agli altri ma non assunta, soprattutto nei confronti della comunità. Con una vera e propria forma di “egolatria, cioè di culto del proprio io, che ci chiude in noi stessi e ci rende ciechi agli altri e al mondo”.


Don Armando si chiede quindi da dove ripartire per un “cammino di riavvicinamento tra l’universo della fede cattolica e l’universo degli adulti contemporanei”. Come primo passo individua il definire compiutamente il profilo di questi adulti che mancano, accettando poi che la necessaria conversione della mentalità pastorale ha la portata di un’autentica rivoluzione copernicana.


Il sacerdote insiste molto sulla necessità che la Chiesa riconosca questa assenza di relazioni significative con il mondo adulto, e la fine della “cristianità” (senza risentimento e in modo sereno) per accettare la necessità di un nuovo paradigma pastorale. Bisogna “far pace con il mondo che è già cambiato” perché oggi essere adulti significa accedere a una sorta di prateria dai confini immensi, in cui sembra che nulla sia precluso. Prendere atto che l’essere cristiani non è più (anzi…) un elemento fondante dell’essere adulti.


Per questo propone un cambio di paradigma nella pastorale con gli adulti. Non più la categoria della “consolazione” (in una vita piena di limiti, sofferenze e privazioni, con una fede basata sui dogmi, sui precetti e sul peccato) ma quella della “mitezza”. Per “andare incontro a quella domanda di senso circa la propria libertà e unicità che l’adulto contemporaneo vive in modo bruciante e che per il momento pare aver trovato solo nel mito della giovinezza una convincente quanto pericolosa risposta”.


È importante partire dalla consapevolezza che le “chiese vuote” non significano che le persone non abbiano bisogno di spiritualità. Di riflettere sul senso della propria vita, sui temi della trascendenza, della fede. Di trovare momenti e spazi per trovare sé stessi e incontrare l’Altro. E in questo Cristo, con il suo sguardo d’amore, di mitezza, di libertà, può essere una risposta che può aiutare a vivere la vita in pienezza. Perché il mite è “colui che non vuole mai essere senza l’altro”, un anticipatore di futuro perché “vede la potenza del bene oltre la prepotenza del male”. Per avere “potere sopra il proprio potere, libertà sopra la propria libertà”. Cioè per essere adulto, vivendo la propria libertà nel farsi “samaritano” per l’altro.


Lo scollamento è soprattutto tra questo “bisogno” di spiritualità e di senso delle persone, e la risposta che viene offerta da parte della Chiesa, dal punto di vista pastorale e liturgico.

Serve molto coraggio da parte della Chiesa. Eppure il momento storico è favorevole (soprattutto con Papa Francesco, ma non solo). Don Armando fa anche alcune interessanti proposte che possono essere attuate già da subito nelle parrocchie. Ma sarebbero un primo possibile passo di un necessario rinnovamento, essenziale per realizzare il “sogno di una Chiesa capace di parole per gli adulti e le adulte del nostro tempo”. Sperando che davvero nelle comunità così come in chi ha responsabilità, ci sia il coraggio di mettersi in discussione e di cambiare, perché in questo caso restare fermi (magari in un – insensato – rimpianto del passato) significa condannare la Chiesa a venire meno al mandato di Gesù Cristo: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mt 16, 15).


Un’ultima considerazione. La riflessione è tutta centrata sugli adulti e si parla pochissimo di adolescenti e giovani. Ma è come se fossero sempre sullo sfondo del ragionamento. Perché “se la Chiesa non trova una parola per gli adulti e per le adulte, non ne avrà mai una a disposizione per i giovani e per le giovani”.


E il percorso che è prefigurato come urgente e impellente per gli adulti, lo è ancora di più per i più giovani, la cui voglia di spiritualità, di ricerca di un senso alla vita, e di impegno generoso per i più poveri e la comunità non riesce a trovare una risposta credibile e accattivante dentro la Chiesa.


Un percorso impegnativo ma affascinante e stimolante. E allora... buon cammino!



 
 
 

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Dal finestrino dell’aereo che porta verso Istanbul, si riesce a distinguere Venezia, l’antica capitale della Repubblica Serenissima che per secoli ha avuto rapporti strettissimi con l’Impero Ottomano, fatto di scambi e commerci ma anche di conflitti e continue tensioni. Un’immagine che fa da anticipazione alla seconda parte del viaggio che ho avuto l’onore e ili piacere di guidare che si è tenuto nell’ultima settimana del settembre 2023, che abbiamo organizzato come Acli provinciali di Brescia e Ipsia Brescia Odv, all’interno delle proposte di Fabula Mundi, il percorso di geopolitica che da 13 anni cerca di offrire opportunità per comprendere il mondo.

 

Le prime due giornate hanno avuto la Cappadocia come meta. Siamo arrivati con il buio ma già la mattina successiva era in previsione la famosa escursione con la mongolfiera. Qualcuno è salito e qualcuno (come me) ha visto lo spettacolo dal basso, vedendo decine di mongolfiere salire tra le formazioni rocciose che poi avremmo imparato a conoscere e il cielo che iniziava ad essere rischiarato da una splendida alba. Veramente un paesaggio unico.

La Cappadocia. Una terra meravigliosa, nella quale la natura ha giocato modellando la roccia in forme che sono uniche al mondo. Proprio in questo territorio vissero molte delle prime comunità di cristiani, per sfuggire dalle persecuzioni dei romani. Qui trovarono rifugio favorite dalla facilità dello scavare rocce fatte di morbido tufo nato da migliaia di eruzioni vulcaniche avvenute milioni di anni fa. I villaggi scavati nella roccia raccontano di un rapporto simbiotico tra l’uomo e l’ambiente naturale nel quale hanno vissuto queste comunità. Un rapporto diverso da quello al quale siamo abituati. Tra i giochi di tufo e le guglie dei bellissimi camini delle fate, si intravedono le aperture di porte, finestre e piccionaie. Abitazioni eremitiche o interi villaggi, che racchiudono oltre 2000 chiese. Alcune minuscole e semplici, altre più complesse e interamente affrescate. Il pensiero va a queste comunità di cristiani (ma non solo; molti villaggi sono stati abitati fino a pochi anni fa da persone di tutte le fedi), che hanno vissuto in totale simbiosi con l’ambiente che li ha ospitati. Un volo interno ha poi portato il gruppo (di 40 persone) a Istanbul. Città che dalla nascita della moderna Turchia (dopo la fine dell’Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale) ad opera di Mustafa Kemal Atatürk, ha ceduto lo scettro di capitale ad Ankara. Ma che resta un’enorme megalopoli di circa 20 milioni di persone. Posta tra le due sponde del Bosforo, ponte e anello di congiunzione tra l’Europa e l’Asia, è stata per secoli uno dei centri più importanti del mondo. Prima Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli nel 330 (periodo storico nel quale si tennero alcuni tra i più importanti Concili della Chiesa), capitale dell’impero romano d’Oriente (in realtà unico impero romano dal 476 fino al 1465) e poi dell’Impero Ottomano.

 

I secoli passati raccontano per esempio del grande ruolo dei genovesi, che hanno importato commerci, lasciato palazzi, la torre di Galata e un segno indelebile nella storia. Ma anche oggi bastano pochi minuti per passare dalle zone abitate da gruppi islamici tradizionalisti, al quartiere di cristiani ortodossi (intorno alla bellissima Cattedrale di San Giorgio, centro del Patriarcato di Costantinopoli), per incontrare poi a poca distanza una delle tante moschee.

Abbiamo visitato i principali monumenti e quartieri della città, posti tra le due sponde del Corno d’Oro, accompagnati da bravissime guide locali e da due docenti universitari esperti dell’area e della storia dei paesi islamici (gli amici Carlo e Michele). Ci hanno aiutato a leggere l’incredibile storia che si respira ovunque nella città, insieme a quello spirito cosmopolita e di accoglienza delle diverse comunità che è stato una caratteristica fondamentale nell’identità di Costantinopoli e che si coglie ancora nelle vie dei quartieri storici.

 

Durante il viaggio abbiamo vissuto momenti intensi (come quelli nella Moschea di Fatih e nella Moschea di Solimano) per conoscere e comprendere l’Islam, anche nel suo rapporto con il cristianesimo. Colloqui con una delle guide italo-turche pieni di spiritualità e di voglia di capire. Il clima che abbiamo respirato nelle Moschee era accogliente e di intensa spiritualità. Molto interessante è stato anche l’incontro con frate Luca della comunità dei domenicani, che ha raccontato della fatica (che è anche opportunità) di potersi raccontare e farsi conoscere alle altre confessioni religiose. Spesso il cristianesimo è visto come appartenenza etnica e non scelta di fede.

 

Il viaggio ha permesso di conoscere anche la più antica comunità storica italofona all'estero, quella levantina di Istanbul, raccontata anche nell’ultimo libro di Miguel Servelli, con il quale ci si è confrontati dentro un vivace caffè letterario del centro.

 

La geopolitica cerca di cogliere le dinamiche delle attuali relazioni internazionali. Ma sempre di più ci rendiamo conto che per comprenderle è necessario conoscere la storia, la cultura e la società di uno stato e di un popolo. E da questo punto di vista questo viaggio è stata un’ottima opportunità. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Le contraddizioni di una metropoli di 20 milioni di abitanti, i bambini e i giovani che cercano di sopravvivere con gli avanzi di cibo o con i rifiuti differenziabili raccolti in giro, i gatti presenti ovunque, la vitalità e laboriosità a tutte le ore del giorno e della notte, le migliaia di giovani che attraversano le vie dei quartieri, la rassegnazione per una situazione politica che appare difficile da modificare, e un popolo accogliente ed estremamente garbato e dignitoso. Ma pure le cene tipiche, gli aromi del narghilè e il raky (liquore tipico). Gli attraversamenti in battello tra Europa ed Asia, la rete della metropolitana (a Istanbul c’è la seconda metropolitana più antica del mondo, del 1875) e il secondo aeroporto più grande del mondo e il traffico caotico.

 

Ma anche i tentativi di minare la laicità dello stato che resiste nonostante Erdogan cerchi di costruire una forte identità turca basata molto sulla dimensione religiosa. Impressiona sapere che il ministero con la voce di spesa più alta è quello degli affari religiosi. Addirittura più della sanità, della pubblica istruzione o della difesa (e siamo nel paese con il secondo esercito della Nato). Tutti i costi relativi alla gestione delle moschee sono a carico dello stato. E molto altro, inclusa la stampa del Corano disponibile gratuitamente per tutti i visitatori e stampato in una decina di lingue. E amareggia vedere Santa Sofia (una delle meraviglie storiche e architettoniche dell’Europa) tornata ad essere nuovamente moschea dopo tanti secoli. Un edificio che sta per compiere 1500 anni e che è stato per quasi 900 anni cattedrale cristiana e poi moschea per altri 5 secoli. Una storia che rende questo meraviglioso edificio un potenziale santuario proprio del dialogo tra diverse religioni e culture. Una sfida che ci auguriamo possa essere colta prima o poi da questa meravigliosa città, per riuscire ad essere fedele alla sua storia e alla sua identità.

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