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UDAIZI' (UCRAINA) 2005

Dentro un orfanotrofio per bambini "speciali"

 

Non è poi tanta la distanza che separa la ricchezza e la bellezza del centro di Kiev, la capitale ucraina, con il villaggio di Udaizì. Se Carlo Levi passasse oggi da questi luoghi, forse darebbe continuità al suo capolavoro “Cristo si è fermato a Eboli”. E’ un freddo pomeriggio di fine ottobre quando l’attraversare a piedi il paese ci riporta indietro di qualche decennio. Poche casette in gran parte di legno non ci aiutano a credere che il paese conti quasi mille abitanti, e soprattutto non si capisce come dietro a quei muri di legno sfasati e rovinati dal tempo, una famiglia possa affrontare un inverno che spesso scende a meno 25-30 gradi. Qui la gente vive in una grande povertà, che si coglie anche dai pochissimi generi alimentari che sono in vendita nell’unico negozietto del paese, ospitato nello stabile sede anche del comune. Alla porta è affisso un foglio riportante le tariffe dei servizi erogati ai cittadini; nulla di paragonabile con quelli che i nostri comuni ormai prestano per noi. Il costo è di 120 grivne (cioè 20 euro, quasi la metà di uno stipendio medio) per noleggiare la macchina se si vuole andare nella vicina cittadina di Priluki, di 40 se occorre il carro con il cavallo. Se invece a servire è l’aratro, allora sono solo 4 grivne all’ettaro. E 35 grivne per ogni vacca ingravidata dal toro pubblico! E via dicendo per il fieno e per il letame. Ma a Udaizì, come in infiniti altri posti ai confini del nostro continente, la vita è fatta di questo; di fatiche quotidiane per tirare avanti e convivere con una nuova povertà ed enormi problemi sociali. “Ai tempi dell’URSS, appena avevi finito la scuola, lo stato ti trovava il lavoro e se non volevi lavorare finivi in carcere! Ma tutti lavoravano e con l’orto e qualche animale che c’era in casa, ci si poteva permettere di comprare la macchina e di andare in vacanza in Crimea”, racconta nel negozio una vecchia signora, che sicuramente ha molti meno anni di quanti ne dimostra. “Quando poi l’Ucraina è diventata indipendente nel 1991, abbiamo iniziato a pagare tutte le bollette che prima pagava lo Stato al nostro posto, e quasi tutti hanno perso il lavoro. Ora si vive con quello che avanza dal raccolto dell’orto e dall’allevamento di pochi animali. Ma non basta mai!”. Quasi tutti indicano in Gorbaciov il colpevole del peggioramento della situazione; e qui non è questione di libertà, di sistema politico o economico, di comunismo o di neoliberismo selvaggio. E neppure di rivoluzioni arancio o di fedeltà alla Russia. Qui è questione di fame, di miseria e di un futuro che spaventa.
E negli ultimi 10-15 anni, a questi problemi si è aggiunta la piaga dell’alcolismo, che colpisce la grande maggioranza di giovani e uomini ucraini. Basta entrare in un qualunque bar ucraino per trovare ventenni e trentenni completamente ubriachi in una giornata spesso iniziata con un bicchiere stracolmo di vodka già a colazione. D'altronde quando può essere l’unico diversivo in una giornata oziosa vissuta tra malinconia e rassegnazione…
Continuiamo la camminata nell’unica via del paese, dedicata al grande poeta e scrittore ucraino Schevcenko (se qui dici questo nome, pensano a lui, non al calciatore miliardario nato e cresciuto in uno dei sobborghi periferici più poveri di Kiev), che 14 anni fa ha rubato a Lenin il diritto di avere intitolate tutte le strade principali di ogni paese ucraino. Una via sterrata, scoscesa e tortuosa come tutte le strade che si percorrono da Kiev in poi, scende leggermente per portare dopo poche centinaia di metri nel luogo principale del nostro viaggio: la Scuola Speciale Internat di Udaizì. Se la sensazione di essere in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini coglie appena arrivati alle prime case del villaggio, ora si fa quasi soffocante. Soprattutto quando si capisce che quei 120 bambini e ragazzi orfani, abbandonati o tolti a famiglie inesistenti, sono stati condannati a non avere la possibilità di un futuro nella loro già martoriata vita. In Ucraina gli orfanotrofi sono centinaia. Solo nella regione di Cernigov, nella quale ci troviamo, sono quasi 20 con più di 3000 ospiti. E quando un bambino ha qualche difficoltà a scuola, o quando gli è riscontrato un lieve ritardo cognitivo, o semplicemente quando ha qualche problema comportamentale ed è difficile da gestire (cosa non particolarmente strana se si considerano le storie drammatiche che questi bambini hanno alle spalle), viene spedito con biglietto di sola andata a Udaizì. Dove alla fine uscirà con un diploma che a detta di tutti, equivale a un marchio a vita di “stupido”. Senza praticamente nessuna possibilità di trovare un lavoro; destinati insomma a una vita tra espedienti, delinquenza, prostituzione e alcolismo. Da soli, senza nessuno che possa aiutarli e dare loro qualche possibilità di costruirsi un futuro. Bambini e ragazzi abbandonati a loro stessi, che cercano disperatamente un po’ di affetto e qualcuno che finalmente gli dia un sorriso e faccia capire che forse valgono qualcosa, o semplicemente qualcuno che li prenda in braccio e gli dia uno dei primi baci e abbracci che non hanno mai avuto. Posto e bambini dimenticati da Dio e dagli uomini. Anche dal ministero che dovrebbe pensare a loro. I soldi per costruire i bagni interni per il “corpus” femminile non arrivano mai, così si è costretti a utilizzare la fatiscente latrina esterna (anche durante i rigidi mesi invernali). Senza gli aiuti dalle associazioni umanitarie internazionali che fortunatamente coprono le carenze statali, quest’anno non sarebbero arrivate neppure le scarpe per metà dei ragazzi, gli occhiali per chi ne aveva bisogno e i vestiti nuovi. Il direttore dell’orfanotrofio racconta che ha dovuto inventarsi un piccolo allevamento di 18 maiali per poter avere qualche entrata e riuscire a fare qualche piccolo lavoro di sistemazione degli ambienti.
Ma la cosa che angoscia di più chiunque conosca e si affezioni a questi piccoli angeli ai margini del mondo, è il pensiero del loro futuro, delle loro prospettive di vita, praticamente nulle.
Non sappiamo se, come a Eboli, Cristo si è fermato a Udaizì. Qualcuno pensa che non sia neppure passato. Piace forse di più pensare a un Cristo che piange con noi, vedendo un mondo che ancora si dimentica dei più piccoli, di decine di migliaia di bambini che crescono senza una famiglia, senza affetto, ma soprattutto con la paura di sognare, perché troppo presto imparano la differenza tra i sogni e la realtà.

 
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