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  • Roberto Toninelli

Occorre una routine della pace. Non una normalità della guerra



Cento. Sono i giorni trascorsi da quel terribile 24 febbraio. Quando il risveglio fu causato alle decine di messaggi allarmati sulle chat con i ragazzi ucraini. Era iniziata la guerra.


Poco più di tre mesi. Un nulla rispetto alla storia dell’umanità. Ma un tempo infinito per chi ha avuto la propria vita sconvolta da questa follia. Sembra davvero passata un’eternità anche ripensando a quei primi giorni. Giorni nei quali eravamo sconvolti, addolorati, disorientati, impauriti. Sentimenti che non sono scomparsi, ma che pian piano hanno lasciato spazio ad una sorta di ritorno alla normalità. Nella quale purtroppo l’orrore di questa guerra sta diventando routine alla quale ci stiamo abituando.


In questo periodo è successo veramente di tutto. Raccolte di generi alimentari, di medicinali e di altri prodotti che ci chiedevano. Raccolte fondi. Incontri, riunioni, testimonianze e preghiere. Un viaggio in Ucraina con gli amici di Domani Zavtra (associazione che in questi 3 mesi ha fatto cose meravigliose) per portare ambulanze, aiuti e abbracci. La costituzione di un Comitato a Mazzano, con l’attivazione di una rete e di alcune iniziative a sostegno dei profughi grazie alla disponibilità di molte realtà e persone di cuore. E altro ancora. Poche gocce in un mare di bisogni, destinato ad aumentare a lungo purtroppo.


Ma soprattutto in questi 100 giorni ci sono state ore di telefonate e di chat con i ragazzi. Con una preoccupazione costante per la loro situazione, e con il cuore e il pensiero sempre rivolto a loro. Ai tanti ragazzi che erano sotto i bombardamenti delle prime settimane. A Kolya, che ha rischiato la vita per portare più di cento persone in salvo, facendole uscire da Chernigov. A Sasha che è nell’esercito, e che ad un certo punto è completamente scomparso (rapito dai russi, torturato per 3 settimane e rilasciato in uno scambio di prigionieri; lo avevamo ormai dato per morto). A tanti ragazzi che non avevano da mangiare, e che anche adesso stanno faticando senza un lavoro e con il peso di una situazione veramente pesante, anche dal punto di vista psicologico. E ai ragazzi che in realtà non abbiamo mai sentito e dei quali non sappiamo nulla. Alcuni di loro li ho sentiti l’ultima volta pochi giorni prima dell’inizio della guerra, e poi più nulla.


Certo, ora la regione di Cernigov è stata liberata e la situazione è migliore per molti di loro. Ma la città è devastata (80% di abitazioni danneggiate e infrastrutture in gran parte distrutte). Così come la vita delle persone. Per fortuna gli aiuti umanitari arrivano in modo abbastanza capillare, grazie anche ad un lavoro meraviglioso di molti dei “nostri” ragazzi. In questa situazione drammatica, moltissimi ucraini e moltissime ucraine hanno confermato di essere persone meravigliose, generose, coraggiose, resilienti e con uno spirito fantastico. Penso a Liuba, a Gianna e a tanti/e altri/e.


Purtroppo ora moltissimi hanno perso il lavoro e stanno facendo fatica. Il solo pensiero del futuro non fa che aumentare l’angoscia. Innanzitutto perché non si vede una fine rapida ad una situazione dove non trovano spazio il dialogo e la volontà di fermare una guerra che (come tutte) oggi provoca morte, dolore e distruzione, e domani significherà anche povertà, odio e rancore, con un tessuto sociale devastato.


No. Non dobbiamo e non possiamo abituarci a questo orrore. Non deve diventare routine. La voglia di pace, la vicinanza e la solidarietà con il popolo ucraino, la denuncia di questa folle invasione militare, non devono diminuire o svanire. Così come non dobbiamo dimenticare le altre decine di situazioni di guerra che nel mondo continuano a distruggere la vita delle persone e intere comunità.


Occorre restare vigili. Perché siamo in una fase nella quale vogliamo tornare ad una vita “normale”, tra l’altro proprio ora che finalmente stiamo uscendo dalla pandemia del Covid. Ma il ritorno alla nostra routine, non può e non deve significare indifferenza. La normalità della guerra è il rischio che corriamo, e forse è ciò che desidera chi ha interessi di morte e distruzione. Quella voglia di pace e di solidarietà che è stata fortissima dopo il 24 febbraio, ora deve diventare la vera “routine”. Dobbiamo continuare, oggi più che mai, ad essere costruttori di pace, continuando il lavoro fatto in questi 100 giorni. Forse questa è una delle strade per resistere e per dare il nostro contributo di umanità: cercare di costruire una routine della pace e della solidarietà. Contro una routine della guerra.


Buon cammino a tutti noi.

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