I MIEI VIAGGI... CHERNOBYL E PRYPIAT 2010
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A Chernobyl l’Unione Sovietica non è mai caduta. Sui lampioni ci sono ancora le luminarie con falce e martello che preparavano i festeggiamenti per l’imminente festa del lavoro. Sono passati quasi 24 anni da quella tragica notte del 26 aprile 1986 e tutto è ancora immobile come il giorno del disastro. Il luna park che avrebbe dovuto essere costruito di lì a poco è abbandonato e arrugginito: quello che avrebbe dovuto essere un luogo pieno svago, è diventato simbolo di morte e di distruzione. Nelle abitazioni non si può entrare perché è ancora troppo alto il livello di radioattività. E poi non ci sarebbe nulla da vedere visto che tutto (mobili, sanitari, vestiti, elettrodomestici, mattonelle ecc.) è stato saccheggiato e ri-venduto all’inizio degli anni novanta, alla caduta dell’Urss. Materiale pericoloso che è stato venduto e distribuito nelle case di migliaia di ignare famiglie. Già questo ci dice come sia difficile credere alle parole rassicuranti delle tre guide che ci accompagnano durante la visita al fantasma di Chernobyl. Ci assicurano che non ci sono più pericoli grazie ai controlli e alle precauzioni adottate. Forse è vero, paradossalmente, più intorno alla centrale e alla città che non nel resto dell’Ucraina e dell’ex Unione Sovietica. Il nostro viaggio è partito da Slavutic, città verde e moderna costruita in fretta e furia per ospitare parte delle 130mila persone evacuate nell’86. Buona parte dei residenti lavora ancora oggi alla centrale, che dà lavoro a 3.700 dipendenti oltre che agli impiegati delle ditte esterne, ma la disoccupazione au-menta insieme alla paura per il futuro. «Nel 2000, quando l’allora presidente ucraino Kucma decise la chiusura dell’ultimo reattore attivo, ci vennero promessi nuovi posti di lavoro, che però non abbiamo mai visto», ci dicono al piccolo museo della città, che mostra con orgoglio la vitalità e l’efficienza di questa giovane comunità di 25.000 abitanti. Dalla piccola stazione parte l’unico mezzo di trasporto possibile per arrivare alla centrale. Il treno che da Slavutic porta a Chernobyl attraversa lentamente la campagna tra Ucraina e Bielorussia. Nonostante la neve e il ghiaccio di questo lungo inverno, si intuisce quanto bello e vario sia il paesaggio, con la natura selvaggia che si sta riprendendo ciò che l’uomo le aveva sottratto. Gli ultimi villaggi abitati lasciano il posto a un ambiente dove ogni segno della presenza dell’uomo è abbandonato da quel giorno dell’86: strade, case, pali dell’energia elettrica, fermate del treno. Dove ora sono boschi e terreni incolti, c’erano villaggi e case che sono state completamente smontate e i materiali altamente radioattivi probabilmente riciclati per costruire abitazioni un po’ in tutta l’Ucraina. Le betulle alte e dal tronco largo lasciano il posto ad alberi striminziti che sembra non riescano a crescere. Dopo quasi un’ora il treno ferma nella stazione capolinea, completamente coperta e con i primi severi controlli: siamo arrivati a Chernobyl. Ci aspetta un pullmino riservato ai visitatori della centrale che in pochi minuti ci porta alla “città morta”, come la chiamano gli ucraini. Prypiat era nata nel 1970 in occasione della costruzione della centrale per ospitare la maggior parte dei dipendenti. Contava 48.000 abitanti con un’età media di 27 anni. Il 27 aprile, 36 ore dopo l’esplosione, la popolazione fu completamente evacuata, anche se alla gente venne detto che avrebbe potuto far ritorno alle loro case dopo 3 giorni perché era successo un “lieve incidente alla centrale”. Quel giorno per la città il tempo si è fermato. La neve rende ancora più intensa la sensazione di abbandono che a Prypiat si respira ovunque. La ve-getazione cresce libera. Lupi e orsi sono di casa. Negli ultimi anni sembra che alcune centinaia di persone, soprattutto anziani, siano tornati a vivere in città e nei paesi vicini, Chernobyl compreso. Le autorità, dopo numerosi e inutili tentativi di trasferimenti forzati, stanno ora cercando di fornire almeno i servizi essenziali a questa gente che non si rassegna all’idea di abbandonare una casa e un campo frutto di una vita di lavoro e sacrifici. Usciti dalla cittadina ritorniamo all’interno dell’enorme centrale, che con l’avvio dei reattori 5 e 6 avrebbe dovuto diventare la più grande al mondo. I lavori di ampliamento si sono fermati il giorno dell’incidente e non sono più ripresi. Fa un certo effetto essere di fronte a una sagoma vista tante volte in televisione o in fotografia. L’incidente fu causato soprattutto da madornali errori umani, aggravati da difetti tecnici nei sistemi di sicurezza della centrale. L’incendio del reattore 4 ha prodotto 200 tonnellate di materiali altamente radioattivi. Le guide e le cronache ufficiali parlano continuamente delle decine di “eroi” che sono morti in quei giorni per evitare conseguenze ancora peggiori, spegnando il vicinissimo reattore numero 3, che in realtà è stato disattivato definitivamente solo nel 2000, dopo le pressioni del G7. Ma poche volte vengono menzionati i cosiddetti “liquidatori”, 600.000 pseudo volon-tari che dal 26 aprile alla fine di novembre spensero l’incendio e ributtarono nel reattore a colpi di badile il materiale radioattivo. I liquidatori venivano da tutta l’Unione Sovietica; molti erano militari di leva a cui venivano promesse licenze e pensioni anticipate in cambio anche di pochi minuti di lavoro: i turni di esposizione a volte non superavano i 40 secondi. È impossibile sapere con precisione quali effetti abbiano prodotto le radiazioni su queste persone. Non esistono statistiche e sarebbe anche impossibile redigerle, visto che nessuno si era preso la briga di registrare i vari “volontari”. Nessuno sa neppure che fine ha fatto molto del materiale radioattivo non ributtato nel reattore, come quello prodotto dalla seconda esplosione del 6 maggio. Non esistono risposte certe a questa domanda. Le guide, informalmente, dicono che siano stati sommariamente seppelliti in buche qua e là nella campagna attorno alla centrale. Proprio quella dove ora pescano decine di persone. Ora intorno al reattore 4 fervono i preparativi per l’avvio del progetto Shelter Implementation Plan (Sip) che dovrebbe partire in estate. Si tratta di un nuovo “sarcofago” con struttura a doppia volta, alto ben 108 metri rispetto ai 70 dell’attuale copertura, largo 257 e lungo 150. Il costo di tutta la messa in sicurezza della centrale è attualmente stimato in 1.300 miliardi di dollari recuperati grazie agli aiuti di una ventina di paesi. Soprattutto quegli stessi Stati le cui grandi imprese si sono aggiudicati i lavori per un costo di circa 550 miliardi di dollari, come l’americana Bechtel e la francese Edf. I lavori dovrebbero garantire la sicurezza dell’impianto per i prossimi 100 anni. Nel frattempo la centrale sembra attiva ma i suoi dipendenti servono solo a garantire la sicurezza dell’impianto che in realtà è ormai improduttivo ed estremamente antieconomico. La visita alla centrale è terminata, dopo che i numerosi controlli prima di risalire sul treno ci rassicurano sulle radiazioni assimilate. Il treno che torna da Slavutich a Cernigov non trasporta solo lavoratori che tornato a casa dopo una monotona e malpagata giornata di lavoro, ma anche i pescatori che ab-biamo visto dal finestrino del treno, mezzi ubriachi di vodka. Nelle loro ceste il frutto della pesca nei fiumi e laghetti della zona intorno alla centrale. «Veniamo qui tutti i giorni e rivendiamo il pesce che si potrà acquistare il giorno successivo nei mercati», dice una ragazza al seguito dei pescatori. Quel pesce che è cresciuto nelle acque e nelle terre che non solo distano poco dalla famigerata centrale, ma che probabilmente tutt’ora contengono i materiali altamente radioattivi frutto dell’esplosione del 1986. Si riuscirà mai a capire la vera entità delle conseguenze di quella sciagurata tragedia? Probabilmente no, e la cosa che più inquieta, è che per molti decenni ancora molte persone dovranno portarne i segni nella propria vita. Come sempre, sono soprattutto i bambini a subire le conseguenze peggiori, essendo più esposti al rischio di leucemie e altre forme tumorali. A noi, così lontani e insieme così vicini a Chernobyl, resta da chiedersi se queste lezioni insegneranno mai a rispettare l’umanità e il creato con scelte e comportamenti responsabili e coraggiosi. Perché Prypiat, la “città morta”, possa restare un caso unico nel mondo.