Tre giorni sul Pian di Neve tra Corno di Cà Vento e monte Adamello

È impossibile raccontare in poche righe l’emozione, la fatica, la tensione, la gioia, la commozione di tre giorni passati sul Pian di Neve. La bellezza del creato giocando con una natura che si modifica pian piano salendo con fatica nella conca del Matarot, passando dai boschi alla pietra e alla neve. Il calore del sole riflesso dal ghiacciaio, godendo del panorama dalla terrazza del rifugio alla Lobbia. La meraviglia del vedere sorgere il sole mentre si cammina in silenzio sul ghiacciaio. La stretta al cuore nel visitare la grotta sul Corno di Cà Vento, gelido rifugio a 3400 metri di poveri soldati che un secolo fa dovettero vivere (e morire) in condizioni disumane per la pazzia dei nostri ufficiali e governanti e per la loro folle e assurda guerra. La fatica del camminare insieme in cordata, dove ognuno ha un po’ di responsabilità verso tutti e occorre trovare il passo al tempo con gli altri. La paura e la tensione dei passaggi più esposti e difficili, e la bellezza di essere aiutati da ragazzi splendidi, bambini ai tempi in cui ero educatore a Prevalle, in una sorta di rovesciamento generazionale nel prendersi cura l’uno dell’altro. La gioia immensa di conquistare la cima dell’Adamello, che per un escursionista mediocre come il sottoscritto rappresenta da sempre la meta più alta del proprio rapporto d’amore con la montagna; obiettivo cercato e ambito da anni. Una soddisfazione e un’emozione indescrivibile che si sciolgono in lacrime camminando nella neve ormai smollata dal sole che precede di poco la pioggia che bagna l’ultima ora di cammino verso la valle. Grazie di cuore ai meravigliosi compagni di avventura. Grazie alla nostra guida. Grazie a chi mi ha dato l’opportunità di esserci. E grazie a Dio che ci ha donato simili meraviglie, che un secolo fa pochi uomini folli fecero violare a tanti poveri uomini vittime di una “inutile strage”, e che ora tocca a noi preservare e custodire, insieme a tutto il Creato.


Questo il post scritto al ritorno da questa meravigliosa escursione. Veniamo ora alla descrizione più tecnica, per chi volesse organizzare questo treeking. Cercherò di essere breve perché su internet ci sono decide di descrizioni di questi itinerari. Inoltre noi (per il secondo e terzo giorno) siamo stati accompagnati da una guida alpina (necessaria per poter entrare nella grotta di Cà Vento; in ogni caso informatevi prima sui giorni di apertura).


Primo giorno: da Malga Bedole (1584 metri) al rifugio “Ai caduti dell’Adamello” (3040 metri).
La descrizione di questo itinerario la trovate anche qui.
In ogni caso si parte con un sentiero tranquillo che sale poi sulla morena nella bellissima conca del Matarot. A circa 2000 metri di altezza inizia la ferrata (corde fisse e scalini) che in sicurezza fa compiere un bel salto. Si prosegue poi su sentiero e pietre fino al passo delle Lobbie (c’è un breve passaggio su ghiacciaio ma non servono ramponi). In tutto sono circa 1500 metri di dislivello che si possono fare in 4/5 ore. Arrivati al rifugio ci si può riposare o fare una delle vicine cime: Cresta Croce (sulla cui vetta c’è il famoso cannone “Ippopotamo”, portato dagli Alpini durante la grande guerra) oppure, escursione tranquilla che si può fare in 40 minuti e che offre un ottimo panorama, la cima Lobbia Alta con i suoi 3196 metri.

Secondo giorno. Dal rifugio al Corno di Cà Vento (3400 metri).
Si attraversa il Passo della Lobbia e si scende sul ghiacciaio della Lobbia, attraversandolo completamente e dirigendosi verso il passo di Cà Vento. Per salire e scendere il passo ci sono corde fisse e chiodi su entrambe i versanti. Una volta scesi si prosegue con i ramponi sul pendio nevoso in costa, fino ad arrivare a delle roccette a 3300 metri circa. Gli ultimi 100 metri di dislivello si fanno su sentiero e pietre da scavalcare. Si arriva poi all’imbocco del rifugio che ospitava i militari durante la guerra (sia austriaci che italiani, a seconda del periodo, visto che il Corno è stato conquistato più volte da entrambe gli eserciti) e che è stato restituito dal ghiaccio dopo l’estate del 2003. Ora è visitabile (se aperto dalle guide) anche se il ghiaccio sta già ricoprendo tutto. Il luogo è comunque di grande interesse, visto che è rimasto esattamente come era alla fine della guerra nel 1918. Salendo di poco sulle roccette si raggiunge la cima del Corno, dal quale si può ammirare un meraviglioso panorama e una splendida vista sul Carè Alto. Si torna per lo stesso itinerario.

Terzo giorno. E’ stata la giornata del monte Adamello (3554 metri).
Partenza dal rifugio scendendo sul ghiacciaio del Mandrone. Siamo rimasti abbastanza alti camminando in costa sul pendio ghiacciato per evitare i crepacci più insidiosi. Il cammino è lungo (dal rifugio alla vetta ci sono circa 7 km; il tempo impiegato è stato di 4 ore) e si alternano tratti abbastanza pianeggianti a strappi impegnativi di salita. Ovviamente tutto è da fare con ramponi e in cordata. Arrivati sul meraviglioso Pian di Neve ci si dirige verso la vetta dell’Adamello (ben visibile), Noi siamo saliti dallo “spigolo” verso la parete Nord. È un tratto di roccette attrezzato con corde che si sale agevolmente. Una volta arrivati in vetta, dopo aver smaltito l’emozione per la salita e per il meraviglioso panorama, si scende dallo stesso percorso. Noi abbiamo però fatto una “variante” che assolutamente non consiglio. Per scendere verso il rifugio Garibaldi bisognerebbe scendere di quota, aggirare il Corno Bianco e dirigersi poi verso passo Brizio. Ed è il percorso che consiglio, anche se più lungo e con maggior dislivello. La nostra guida ci ha invece fatto fare passo degli Italiani, che (oltre ad essere difficile da trovare) ha presentato grandi difficoltà sull’altro versante. Ci siamo dovuti calare in corda uno alla volta (un lavoraccio per la guida!) sia per il primo tratto di parete verticale e con pochi appigli, sia per il primo tratto di ghiacciaio molto ripido. Alla fine avremmo fatto prima ad aggirare il Corno Bianco. Poi ci siamo facilmente (su nevai e pietraie) diretti verso passo Brizio che recentemente è stato attrezzato molto bene su entrambe i versanti. Ci sono scalette, corde e catene; avere il kit da ferrata è buona cosa! Una volta attraversato l’ultimo nevaio, il sentiero diventa agevole fino al rifugio Garibaldi (2548 metri), dal quale poi si scende attraverso la parte più antipatica del sentiero numero 1 fino alla valle d’Avio.

Per vedere il percorso del terzo giorno segnato con il GPS clicca qui.

 

guarda le fotografie del percorso
scattate dal 18 al 20 luglio 2015