SCHEDE FILM CONSIGLIATI

Ecco a voi le schede di alcuni film che ho visto e che consiglio perchè considero dei capolavori, che spesso sono sconosciuti al grande pubblico.
Se qualcuno li volesse vedere, li ho tutti! Le recensioni sono prese in parte da internet (soprattutto da www.mymovies.it o da www.cinematografo.it) e in parte sono mie.

INTO THE WILD

drammatico
Produzione: USA
anno: 2007
durata: 120 minuti

Regia: Sean Peen

Soggetto: Jon Krakauer
Sceneggiatura: Sean Penn
Fotografia: Éric Gautier

Interpreti:
Emile Hirsch
William Hurt
Marcia Gay Harden
Jena Malone
Catherine Keener
Brian Dierker
Kristen Stewart
Hal Holbrook
Vince Vaughn

 

Into the wild è la libera trasposizione del libro di Jon Krakauer "Nelle terre estreme" diventato un classico della sottocultura urbana. Dalla lettura del libro, Sean Penn ha dovuto aspettare ben dieci anni prima di ottenere i diritti. Questa incredibile pazienza testimonia una testarda sensibilità che è unica nel panorama cinematografico di oggi.
Sono due gli elementi che hanno guidato Penn nel doppio binario della regia e della sceneggiatura. Il tema della fuga ma soprattutto quello dell'inseguimento di un qualcosa che faciliti la conoscenza di sé.
Pura celebrazione della libertà e della ricerca della libertà, la pellicola racconta la vera storia di Christopher McCandless, un giovane benestante che rinuncia a tutte le sue sicurezze materiali per immergersi all'interno della natura selvaggia. Il forte trasformismo di Emile Hirsh facilita per lo spettatore un'istantanea immedesimazione in una figura tormentata che non viene dipinta né come giovane avventuriero né come idealista ingenuo. La maestria con cui Penn miscela tematiche così diverse e complesse è unica. Il fascino della selvatichezza dell'ambiente, le difficoltà dei legami di sangue, l'individualismo contro il bisogno di amore e le contraddizioni dell'idealismo nelle sue spinte critiche ma anche arroganti.
Il film ha una valenza politica nonostante questo non sia l'intento di base. Alle volte, si trasforma in un vero e proprio atto di fede il cui credo fugge da tutto ciò che è religioso in senso stretto per trovare sfogo in una dimensione che è solo e unicamente personale. Tutti le persone che Chris incontrerà lungo il suo peregrinare oltre a colmare un vuoto familiare, fonte di profonde sofferenze, amplificano l'idea di un percorso a stadi funzionale a liberarsi da qualsiasi dipendenza da ogni tipo di comfort e privilegio. L'acquisizione della saggezza avviene quasi per osmosi attaverso la spontaneità e la profondità degli incontri fatti.
Ancora più maturo e disinvolto nel lavoro registico, Penn gioca di forti contrasti nell'alternare gli ampi spazi dei diversi paesaggi mostrati al costante senso di vuoto del ragazzo che risulta essere una pura estensione dell'enormità della natura.

 

UNA LUNGA DOMENICA DI PASSIONE

drammatico
Produzione: Francia e USA
anno: 2004
durata: 134 minuti

Regia: Jeanne-Pierre Jeunet

Soggetto: Sébastien Japrisot
Sceneggiatura: Guillaume Laurant - Jean-Pierre Jeunet
Fotografia: Bruno Delbonnel
Musiche: Angelo Badalamenti

Interpreti:
Audrey Tautou
Gaspard Ulliel
Jean-Pierre Becker
Dominique Bettenfeld
Julie Depardieu
Jodie Foster

In questo quinto film di Jeunet (lo stesso del fantastico mondo di Amelie, come la bravissima protagonista) erompe l'immaginazione, le trovate abbondano (lo scoppio catastrofico di un dirigibile in un hangar, l'assassinio di un uomo legato al letto dopo pratiche sadomasochiste e ucciso con le scaglie dello specchio appeso sopra) forse per sopperire alla carenza della storia.
La vicenda è quella della sognatrice Mathilde che non si rassegna alla condanna a morte del fidanzato ucciso dai commilitoni – durante la Ia guerra mondiale – e in maniera ossessiva cerca gli indizi che la conducano a ritrovarlo. Si sposterà dal suo paesino alla scoperta di una Parigi favolosa (rivitalizzata in digitale), con i colori vivaci di Place de l'Opéra e del Trocadero, tra preti che conoscono mezze verità, prostitute vendicative e avvocati che faticano ad essere avidi; tornerà al suo paese in preda allo sconforto, scoprirà un altro indizio e ripartirà per Parigi... è un oscillamento per la verità ripetitivo tanto che non c'interessa veramente sapere se il fidanzato Manech sia vivo o morto.
A questa storia letteraria (la sceneggiatura è tratta dal romanzo omonimo di Sebastien Japrisot) si affiancano le scene descrittive che rappresentano il punto di forza del film, omologhe delle pause epistolari del libro e che sono degne di essere ricordate per la notevole carica materica (maggiori di quelle de Salvate il soldato Ryan): mani mozzate per auto-lesionismo, fango sulle ferite, le trincee così presenti nella pioggia cadenzata tanto da sembrare che ci troviamo in mezzo ad esse. Poi la casa di Mathilde che sembra uscita da una pennellata dei fratelli Grimm, ossimori di lei con un ombrello in mezzo ad una prateria, sul piano narrativo il suo carattere fragile alla mercé di profezie personali ("se contando fino a sette non arriverà il controllore, allora Manech non sarà morto"); l'affastellarsi di un'altra tematica come quella dei soldati francesi che si auto-mutilavano per non prendere parte alla battaglia e che poi vennero giustiziati da un sommario tribunale militare francese (tematica ancora rimossa oltralpe). È come se fossero grandi tessere di un puzzle che a mala pena si lascia guardare ma che visto a distanza si mostra in tutta la sua ferocia e stravaganza, quasi spudorato e in balìa del fervore immaginifico del regista.
Certamente meglio di molti film italiani soporiferi (anche se le case produttrici francesi hanno fatto togliere al film la paternità perché prodotto con capitali della Warner), ma la cui figuratività eccessiva mina la raccontabilità della storia. A dir poco meravigliosa la fotografia e l'orginalità del montaggio e della sceneggiatura che già si era gustata nel Fantastico mondo di Ameliè.

 

INSALATA RUSSA

commedia
Produzione: Russia e Francia
anno: 1994
durata: 90 minuti

Regia: Yuri Mamin
Prodotto: Guy Seligmann
Musica: Yuri Mamin
Fotografia: Anatoli Lapshov e Sergei Nekrasov

Interpreti:
Nicole: Agnes Soral
Nikolai: Sergei Dontsov
Gorokhov: Viktor Mikhajlov

 

A Pietroburgo, Kolia Tchijov, insegnante di educazione musicale, ottenuta finalmente una stanza in una comunal'ka (appartamento collettivo) presso i Gorokhov (marito, moglie, suoceri e figlia appassionati di musica) scopre, grazie al gatto della vecchia Maria Olegovna, defunta affittuaria della stanza, che la finestra di quest'ultima si affaccia sui tetti di Parigi. La vecchia signora, che non è morta ma si è trasferita nella capitale francese, avverte che ciò accade ogni vent'anni, per cui Kolia, i Gorokhov e umanità varia trasbordano sulla Senna accaparrando beni di consumo, suonando nelle piazze, ed infastidendo non poco l'imbalsamatrice Nicole, che abitando in una mansarda a due passi, vorrebbe farli arrestare tutti, e per liberarsene sega loro la scala antincendio che continuamente utilizzano; quanto a loro, si vendicano passando per il suo appartamento. Frattanto tre amici di Gorokhov vagano in taxi per Parigi senza ritrovare più la strada, e devono appoggiarsi ai comunisti locali per sopravvivere, mentre Nicole, inseguendo gli sgraditi ospiti, finisce a Pietrosburgo, e quindi, dopo disavventure varie, in galera: è Kolia a trarla d'impaccio facendola passare per Edith Piaf. Il dinamico professore, cacciato di scuola per comportamento indegno e reintegrato a furor di scolaresca, promette una gita speciale, e porta la classe per Parigi, che i ragazzi non vorrebbero più lasciare. Kolia, critico presso gli aspetti più biechi del consumismo capitalista, con una bella predica convince la scolaresca a tornare per costruire la nuova Russia: con l'aiuto di Nicole salgono su un aereo, travestiti da banda folcloristica, e lo dirottano verso la madre patria. Qui giunti, i movimenti del gatto della vecchia Olegovna insospettiscono Kolia e i suoi compagni che cominciano a scavare un buco in un immenso muro, sperando in un nuovo passaggio per Parigi.
Tutto il film è intessuto di questo andirivieni tra due città e due mondi. Sgangherato nella costruzione narrativa e nel suo frenetico dinamismo, in altalena tra Gogol e Courteline, tra il vaudeville e il teatro dell'assurdo, impregnato di luoghi comuni, ma anche di spezie satiriche nel confronto tra la desolazione della Russia postsocialista allo sbando e l'opulenza capitalistica della Ville Lumière, è una divertente (qua e là comicarola) insalata russa in maionese francese. È anche un apologo, dunque non manca la morale: l'invito ai ragazzini russi a rientrare in patria per contribuire alla ricostruzione del paese. Titolo russo Okno v Parizh.

 

LES CHORISTES

commedia
Produzione: Francia
Anno: 2004
Durata: 90 muniti

Regia: Christophe Barratier
Soggetto: Christophe Barratier
Sceneggiatura: Christophe Barratier, Philippe Lopes-Curval
Fotografia: Jean-Jacques Bouhon, Dominique Gentil, Carlo
Musiche: Bruno Coulais

Interpreti:
Clément Mathieu: Gérard Jugnot
Direttore Rachin: François Berléand
Pierre Morhange bambino: Jean-Baptiste Maunier
Pierre Morhange adulto: Jacques Perrin
Chabert: Kad Merad

Francia, 1948. L’insegnante Clement Mathieu trova lavoro in un istituto correzionale per minori e entra subito in contrasto con i duri metodi disciplinari imposti dal direttore Rachin. Mathieu cambia umori e atmosfera della scuola impartendo lezioni di musica corale, che lo portano a scoprire l’impressionante talento del ribelle Pierre Morhange, figlio di Violette, una donna single bella e affettuosa.

Il regista Christophe Barratier fa centro al primo colpo nel lungometraggio ambendo al sentimento d’ingiustizia e d’abbandono che avverte ogni bambino i cui genitori sono assenti o scomparsi (come un po’ tutte le opere prime, anche questa è autobiografica?). Barratier, chitarrista di livello internazionale e già affermato produttore cinematografico, realizza un quadro di intensa sensibilità in cui tutti gli elementi sono al loro posto, liberi di esprimersi: c’è la voglia di reagire e la malinconia dei bambini; l’insegnante bravo e intelligente; il guardiano ingenuo e generoso; il direttore duro e politico; la madre triste e innocente; il flash-back dal passato; la forza della musica; l’happy-end delle migliori fiabe. Tutto così perfetto che pare troppo perfetto! Difficile che piaccia alla maggior parte della critica (come tutti i film studiati troppo a tavolino) ma non si può negare che tutti gli elementi sono in sintonia come le giovani voci del coro di Mathieu.
Il nocciolo della matassa è: perché voler restare per forza freddi ad una storia che è molto fiabesca ma tremendamente accattivante? È proprio qui che va pescata la bravura di Barratier: la sceneggiatura sarebbe stata pedante e mielosa, e di conseguenza irritante, messa in scena da qualsiasi artigiano di Hollywood, mentre con lui è ubriacante di atmosfera e magia, oltre che di fantastica complicità
Le musiche e, più precisamente, i cori sono da menzione speciale.
Vero film per famiglie, è una bella fiaba per grandi e piccini, che ti ricorda come da una realtà dura e squallida ci si può risollevare verso una vita di successo morale, non tramite l’arrivo di un angelo travestito da professore (anche Mathieu era in crisi e anche per lui l’esperienza della scuola è stata importante per tornare a vivere) ma con un unione fraterna di anime.

 

CENTOCHIODI

allegorico/commedia
Produzione: Italia
Anno: 2005
Durata: 92 minuti
Produzione: LUIGI MUSINI E ROBERTO CICUTTO PER CINEMA11 E RAI CINEMA
Distribuzione: MIKADO (2007)

Regia: Ermanno Olmi
Soggetto: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Musiche: Fabio Vacchi

Interpreti:
il professore: Raz Degan
Luna Bendandi
Amina Syed
Michele Zattara
Damiano Scaini
Franco Andreani

Un giovane e attraente professore universitario di filosofia si rende improvvisamente irreperibile. È infatti ricercato per un reato del tutto insolito: ha letteralmente inchiodato al pavimento e ai tavoli di una biblioteca ricca di antichi manoscritti e incunaboli quegli stessi volumi preziosi che avevano nutrito la sua formazione. Mentre i carabinieri lo cercano, il professore trova rifugio sulle rive del Po, a Bagnolo San Vito, dove una piccola comunità gli offre riparo e accoglienza.
Ermanno Olmi, classe 1931, ha deciso, da spirito libero quale è sempre stato: Centochiodi è il suo ultimo film di fiction. D'ora in avanti tornerà al primo amore o, meglio, al mezzo espressivo che per primo ha incontrato sulla sua strada artistica: il documentario. Ecco allora che questa 'storia' diventa una sorta di testamento autoriale. Cosa preme di più al settantaseienne autore? Gli preme, ancora una volta, guardare alla Fede attraverso l'uomo. Un uomo liberato dal vincolo del rigore della Legge che, per interessi del tutto umani, si pretende essere metro di tutte le cose. La parola, la parola scritta, codificata nei libri non vale un caffè con un amico. Olmi contro la lettura quindi? Assolutamente no. Olmi contro l'agitare i Libri (di qualsiasi fede e religione) per nascondere dietro quelle pagine, di cui ci si proclama unici e indefettibili interpreti, progetti di egemonia culturale o politica. Il Sacro per il regista è troppo importante per essere chiuso entro limiti. "Ma pur necessari, i libri non parlano da soli" afferma l'epigrafe che apre il film.
Chi parla veramente al cuore e alla mente del protagonista, un Gesù Cristo in autoesilio dal mondo freddo della 'Cultura', sono quegli umili che vivono sulle sponde del Po (fiume amato da Olmi che già ne aveva cantato la magia in un documentario) che sono capaci di accogliere con piena naturalezza (senza neppure far mancare quella carnalità che può anche sfociare nel motteggio volgare) lo Sconosciuto. Magari anche aiutandolo a riparare un tugurio, ricevendo poi in modo disinteressato la sua solidarietà nel difendere quegli argini che il mercantilismo cieco vorrebbe deturpare. È proprio in questa genuina umanità che si rispecchia il senso della vita secondo Olmi ed è un po' un peccato che il doppiaggio delle fasi iniziali del film e quello del valido Raz Degan (a riprova che i Maestri sanno trovare il talento là dove altri hanno visto solo l'esteriorità) in qualche modo ne falsino la compattezza, non solo stilistica ma anche sonora. Meglio sarebbe stato se Degan avesse parlato in quel suo italiano stentato che lo avrebbe fatto diventare un 'Cristo' venuto da lontano e ancor più pronto (rispetto a quello un po' declamatorio che ci offre il doppiatore) a 'imparare' dall'uomo che fa del dialetto il mezzo di comunicazione della sua saggezza popolare. Nonostante questo il film rimane nella mente e nel cuore spingendoci ad attendere il suo ritorno sugli schermi con i documentari che già sta realizzando.

 

GOODBYE LENIN!

drammatico/Commedia
Produzione: Germania
Anno: 2003
Durata: 121 minuti
Produzione: X-FILME CREATIVE POOL, WDR, ARTE
Distribuzione: LADY FILM

Regia: Wolfgang Becker
Soggetto: Bernd Lichtenberg, Wolfgang Becker
Sceneggiatura: Wolfgang Becker, Bernd Lichtenberg
Fotografia: Martin Kukula
Musiche: Yann Tiersen

Interpreti:
Alex: Daniel Brühl
Christiane Kerner: Katrin Sass
Lara: Chulpan Khamatova
Denis: Florian Lukas
Rainen: Alexander Beyer
Robert Kerner: Burghart Klaußner
Ariane: Maria Simon

Dopo una prima parte del film che ripercorre velocemente l'infanzia del protagonista (con l'infanzia caratterizzata dalla fuga nella Germania Occidentale del padre), si arriva al 1989. Christiane (Katrin Sass) vive nella Germania dell'Est ed è una socialista convinta. La donna cade in coma poco prima della caduta del muro di Berlino. Quando si risveglia, otto mesi dopo, il mondo nel quale vivono è compoletamente cambiato, non soltanto per il cambio di ordinamento politico, ma pure per l'arrivo del capitalismo e del consumismo, di nuovi stili di vita e per l'apertura delle frontiere. Il figlio Alex tenta di evitarle lo shock e fa di tutto per evitare che la madre scopra che il paese è "caduto nelle mani dei capitalisti".
Si alternano momenti comici (soprattutto quando il figlio ricrea dei notiziari TV tipici della televisione statale socialista per spiegare e mascherare alla madre i cambiamenti che inevitabilmente la donna percepisce o vede) con altri drammatici o che portano una forte malinconia e una riflessione sul tema della verità e delle conseguenze che un cambiamento storico così forte ha prodotto nella vita della gente. Difficile arrivare al termine del film senza lacrime agli occhi. Campione di incassi in Germania. Che fare quando la storia va avanti per tenere tranquilli coloro i quali credevano di essere nel giusto? Raccontargli menzogne come gli venivano raccontate prima. Con la non secondaria differenza che a Lenin si è detto goodbye ma il futuro non è rose e fiori. Satira ben calibrata quella di questo film che i tedeschi (e in particolare i berlinesi) hanno gradito moltissimo. Nel film non c'è un pacchetto di caffè o di sigarette che non ricordi loro un passato recente e non piacevole.

OGNI COSA E' ILLUMINATA

Drammatico/Commedia/Avventura
Produzione: USA
Anno: 2005
Titolo Originale EVERYTHING IS ILLUMINATED
Durata: 102 minuti
Tratto dal ROMANZO DI JONATHAN SAFRAN FOER
Produzione: WARNER INDEPENDENT PICTURES, TELEGRAPH FILMS, STILLKING FILMS
Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA

Regia: Liev Schreiber
Soggetto: Jonathan Safran Foer
Sceneggiatura: Liev Schreiber
Fotografia: Matthew Libatique
Musiche: Paul Cantelon

Interpreti:
Jonathan: Elijah Wood
Alex: Eugene Hutz
Lista: Laryssa Lauret
Foer: Jonathan Safran
Nonno di Jonathan: Stephen Samudovsky
Nonno di Alex: Boris Leskin

Magnifica sorpresa, il primo film diretto dall’ attore Liev Schreiber, americano trentottenne (il titolo completo sarebbe Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato) è divertente, commovente, unico: ricco di umorismo, di tragedia, di complicità, tratto dal racconto di Jonathan Safran Foer. Un giovane ebreo americano (è Elijah Wood del Signore degli anelli), collezionista di ricordi della propria famiglia, va in Ucraina per cercarne; nel viaggio è accompagnato dalla agenzia Heritage Tours, rappresentata da nonno e nipote sgangherati e da un’automobile scalcinata; non trova il villaggio ebreo che cercava, ma una vecchia signora che conserva memorie di tutto il paese, 1800 persone sterminate dai nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Al viaggio ha partecipato anche una cagnetta «mentalmente degenerata», di nome Sammy Davis junior junior. Lungo le strade ucraine (in realtà della Repubblica Ceca dove il film è stato realizzato) s’incontrano MacDonald’s, ragazzi con lo skateboard e con felpe di università americane, briose orchestrine che accolgono i turisti suonando l’inno sovietico. Alex, l’accompagnatore ucraino, ha paura degli operai, parla una lingua fantasiosa ed elementare che fa ridere (doppiaggio eccellente), ha grandi ambizioni: «Anche a me piace scrivere, ma so di essere nato per fare il commercialista» (in realtà è un ucraino installato a New York, voce della band Gogol Bordello). Il nonno-autista, bisbetico e scostante, incontra se stesso e un passato di insopportabile vergogna. La luna sta nel cielo anche di giorno: il mondo è alla rovescia.
Intelligente, spiritoso, pieno di invenzioni, di tenerezza e di senso della vita, Ogni cosa è illuminata, con il suo protagonista che sembra Buster Keaton oppure Clark Kent, la versione in borghese di Superman, è davvero un film singolare e affascinante.

 

VAI E VIVRAI

Drammatico
Produzione: Francia
Anno: 2005
Durata: 140 minuti

Regia: Radu Mihaileanu
Soggetto: Radu Mihaileanu
Sceneggiatura: Radu Mihaileanu, Alain-Michel Blanc
Fotografia: Rémy Chevrin
Musiche: Armand Amar

Interpreti:
Moshe Abeba
Roschdy Zem
Yael Abecassis
Sirak M. Sabahat
Moshe Agazai
Roni Hadar
Raymonde Abecassis
Rami Danon
Meskie Shibru-Sivan


Taluni sostengono che il nome Africa derivi dal termine arabo "afer", polvere. Lo chiamiamo continente nero, ma lo immaginiamo da sempre marrone. Polvere ovvero terra, tanta. E a ruota povertà, migrazioni interne, lotte fratricide che seppur di facciata abbiano la scusa "etnica" e "religiosa" nascono sempre e solo per accaparrarsi un pezzo di pane.
Nel 1984 centinaia di migliaia di africani, costretti dalla carestia, abbandonano i rispettivi paesi natali per il Sudan. Grazie all'iniziativa dello stato d'Israele e degli Stati Uniti (la cosiddetta operazione Mosè), moltissimi ebrei etiopi furono portati in Israele, salvandosi quindi da una vita fatta essenzialmente di stenti e sofferenze. Tra i tanti giudei dalla pelle scura "giustamente" da "riportare alla base", può capitare che si infiltri qualche disperato, intento solo a fuggire dall'Africa. E' il caso di un bambino cristiano che, arrivato nella sua nuova patria, verrà chiamato Schlomo. Lasciata la madre in Sudan, sarà adottato (con la convinzione che sia un ebreo) da una famiglia israeliana. Crescerà (ne seguiamo le gesta fino ai giorni nostri) nascondendo a tutti il suo segreto, roso da dubbi e rimorsi. Attorno a lui un paese in evoluzione che conoscerà (ancora) la guerra, il razzismo (verso gli ebrei neri), i tentativi vani di pace e quelli riusciti di democrazia…
"Vai, vivi e diventa". Lo dice la mamma a Schlomo, ed è quello che lui esegue. Nel film questa frase corrisponde ai tre periodi della vita del protagonista che ci vengono mostrati: l'approccio con la nuova realtà caratterizzato dalla diffidenza sia di chi riceve sia di chi arriva, la maturazione e l'ambientazione col nuovo mondo ed infine la presa di coscienza sulla propria identità che chiude il cerchio.
"Vai e vivrai" di Radu Mihaileanu (Train de vie) è un racconto imponente sia per durata (due ore e 20) che per complessità e quantità di tematiche (sociali e storiche) affrontate. Seppur il tono sia sempre serioso, non si tratta di film-mattone, anzi... Si sente, si legge e si vede spesso del medio oriente, ma sempre a proposito del conflitto israeliano-palestinese. Una situazione tanto importante da oscurare qualsiasi altra storia interna legata alla costruzione di una nazione, di un popolo. Ma il dramma di Schlomo può comunque essere decontestualizzato dal restante. La sua è una storia di un uomo alla ricerca della propria identità, una persona che non vuol rinnegare le sue origini perché sa che il suo futuro, le sue ramificazioni, dipendono dalle radici. La mamma, la madre Africa: terra da toccare con i piedi scalzi così come si fa quando si gira nella propria abitazione. Perché si può vagare alla ricerca di un po' d'acqua, ma una volta trovata finisce sempre che ci si vada a dissetare in casa…

MISSION

Drammatico - Storico
Produzione: Gran Bretagna
Anno 1986
Durata 121

Regia: Roland Joffé
Soggetto: Robert Bolt
Sceneggiatura: Robert Bolt
Fotografia: Chris Menges
Musiche: Ennio Morricone

Interpreti:
Robert De Niro
Jeremy Irons
Ray McAnally
Aidan Quinn
Cherie Lunghi
Ronald Pickup
Chuck Low

Il cinema torna a raccontare antiche lacerazioni nel mondo religioso e a rievocare orrori commessi in nome di Dio. Mission rappresenta un capitolo importante di questa tendenza, riconosciuto come tale dalla Palma d'oro a Cannes del 1986, e, pur essendo un copione originale di Robert Bolt, ha le sue origini remote nel dramma dell'espatriato austriaco Fritz Hochwälder, Il sacro esperimento. L'esperimento è quello comunitario (o comunistico?) che i gesuiti condussero nel cuore del Sudamerica verso la metà del '700, cercando di organizzare gli indios in pacifiche missioni autogestite. Per oscure ragioni di potenza e gloria, legate alla politica europea, gli esperimenti finirono in un massacro generale. E Roland Joffé, che in Urla del silenzio aveva rievocato i recenti massacri in Cambogia, fa un passo indietro nel tempo per dimostrare che la storia non è maestra della vita. La tragedia della missione San Carlos, dove i sacerdoti cadono combattendo accanto ai selvaggi sotto le armi dei mercenari portoghesi, è inquadrata in un melodramma forse inutile: la crisi di un uomo d'armi, Robert De Niro, che rinuncia alla violenza e si fa gesuita dopo aver ucciso il proprio fratello, ma torna a combattere fino alla morte nel momento dell'ultimo assalto. Paesaggi emozionanti, scene di guerra e pace efficacemente realizzate, molti nomi italiani (fra i quali l'ideatore del film, Fernando Ghia), una lodevole ricerca di sposare spettacolarità e impegno. Anche qualche accademismo, qualche risvolto ovvio; e, forse, una rappresentazione troppo idillica della vita nelle comunità miste di religiosi e indios. De Niro è efficace soprattutto nelle scene della sua marcia penitenziale nella giungla, ma il personaggio vincente è toccato al maturo attore irlandese Ray McAnally al primo ruolo importante nel cinema: un cardinale tra machiavellico e angosciato, che tira le fila dell'incidente in una lettera al papa.

GATTO NERO GATTO BIANCO

commedia - grottesco
Produzione: Francia, Germania e Jugoslavia
anno: 1998
durata: 120 minuti

Regia: Emir Kustorica

Sceneggiatura: Emir Kusturica - Gordan Mihic
Fotografia: Thierry Arbogast - Michel Amathieu
Musiche: Dejan Sparavalo - Dr. Nele Karajlic - Vajislav Aralica

Interpreti:
Bajram Severdzan
Srdjan Todorovic
Branka Katic
Florijan Ajdini
Ljubica Adzovic
Zabit Memedov
Sabri Sulejmani

Ambientata, come Il tempo dei gitani (1989) ma senza la sua dimensione drammatica, tra gli zingari slavi, “il solo popolo che non cambia mai e che sfiora quella che noi chiamiamo civiltà senza lasciarsene contaminare” (E. Kusturica), la storia procede per accumulazione e fa capo a: 1) una coppia di vecchi, amici e ricchi, un boss delle discariche e un industriale del cemento; 2) una coppia di adulti, antagonisti benché complici in affari loschi; 3) un quartetto di giovani che, dopo un grottesco carosello di avventure buffonesche, approdano felicemente a un doppio matrimonio. Finanziato da un pool di reti televisive europee (Italia esclusa), parlato in dialetti gitani, girato in Slovenia e sulle rive del Danubio in Serbia, scritto con Gordan Mihi?, il 6° film di Kusturica (Sarajevo, 1954) “è un fantastico affresco contraddittorio e onnicomprensivo, travolgente di vitalità, di divertimento, d'intelligenza e d'allegria” (Lietta Tornabuoni). Sconnesso, illustrativo, faticoso e un po' stremante nella prima ora che risente del progetto primitivo (un documentario sul gruppo Musika Akrobatika che aveva suonato in Underground), prende il volo nella seconda parte che ha ricchezza di invenzioni comiche e picaresche, coloriti ed esagitati personaggi “più grandi della vita”, insolente visionarietà, ritmo trascinante. E una spudorata gioia di fare cinema, raccontando per immagini. Rimane il sospetto dell'accademismo, sia pure di alta classe, e l'ombra di un'adesione troppo compiaciuta agli stereotipi. Leone d'argento per la regia a Venezia 1998.