Ecco a voi le schede di alcuni film che ho visto e che consiglio perchè considero dei capolavori, che spesso sono sconosciuti al grande pubblico.
Se qualcuno li volesse vedere, li ho tutti! Le recensioni sono prese in parte da internet (soprattutto da www.mymovies.it o da www.cinematografo.it) e in parte sono mie.
INSALATA RUSSA |
commedia
Produzione: Russia e Francia
anno: 1994
durata: 90 minuti
Regia: Yuri Mamin
Prodotto: Guy Seligmann
Musica: Yuri Mamin
Fotografia: Anatoli Lapshov e Sergei Nekrasov
Interpreti:
Nicole: Agnes Soral
Nikolai: Sergei Dontsov
Gorokhov: Viktor Mikhajlov
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A Pietroburgo, Kolia Tchijov, insegnante di educazione musicale, ottenuta finalmente una stanza in una comunal'ka (appartamento collettivo) presso i Gorokhov (marito, moglie, suoceri e figlia appassionati di musica) scopre, grazie al gatto della vecchia Maria Olegovna, defunta affittuaria della stanza, che la finestra di quest'ultima si affaccia sui tetti di Parigi. La vecchia signora, che non è morta ma si è trasferita nella capitale francese, avverte che ciò accade ogni vent'anni, per cui Kolia, i Gorokhov e umanità varia trasbordano sulla Senna accaparrando beni di consumo, suonando nelle piazze, ed infastidendo non poco l'imbalsamatrice Nicole, che abitando in una mansarda a due passi, vorrebbe farli arrestare tutti, e per liberarsene sega loro la scala antincendio che continuamente utilizzano; quanto a loro, si vendicano passando per il suo appartamento. Frattanto tre amici di Gorokhov vagano in taxi per Parigi senza ritrovare più la strada, e devono appoggiarsi ai comunisti locali per sopravvivere, mentre Nicole, inseguendo gli sgraditi ospiti, finisce a Pietrosburgo, e quindi, dopo disavventure varie, in galera: è Kolia a trarla d'impaccio facendola passare per Edith Piaf. Il dinamico professore, cacciato di scuola per comportamento indegno e reintegrato a furor di scolaresca, promette una gita speciale, e porta la classe per Parigi, che i ragazzi non vorrebbero più lasciare. Kolia, critico presso gli aspetti più biechi del consumismo capitalista, con una bella predica convince la scolaresca a tornare per costruire la nuova Russia: con l'aiuto di Nicole salgono su un aereo, travestiti da banda folcloristica, e lo dirottano verso la madre patria. Qui giunti, i movimenti del gatto della vecchia Olegovna insospettiscono Kolia e i suoi compagni che cominciano a scavare un buco in un immenso muro, sperando in un nuovo passaggio per Parigi.
Tutto il film è intessuto di questo andirivieni tra due città e due mondi. Sgangherato nella costruzione narrativa e nel suo frenetico dinamismo, in altalena tra Gogol e Courteline, tra il vaudeville e il teatro dell'assurdo, impregnato di luoghi comuni, ma anche di spezie satiriche nel confronto tra la desolazione della Russia postsocialista allo sbando e l'opulenza capitalistica della Ville Lumière, è una divertente (qua e là comicarola) insalata russa in maionese francese. È anche un apologo, dunque non manca la morale: l'invito ai ragazzini russi a rientrare in patria per contribuire alla ricostruzione del paese. Titolo russo Okno v Parizh.
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LES CHORISTES |
commedia
Produzione: Francia
Anno: 2004
Durata: 90 muniti
Regia: Christophe Barratier
Soggetto: Christophe Barratier
Sceneggiatura: Christophe Barratier, Philippe Lopes-Curval
Fotografia: Jean-Jacques Bouhon, Dominique Gentil, Carlo
Musiche: Bruno Coulais
Interpreti:
Clément Mathieu: Gérard Jugnot
Direttore Rachin: François Berléand
Pierre Morhange bambino: Jean-Baptiste Maunier
Pierre Morhange adulto: Jacques Perrin
Chabert: Kad Merad
Francia, 1948. L’insegnante Clement Mathieu trova lavoro in un istituto correzionale per minori e entra subito in contrasto con i duri metodi disciplinari imposti dal direttore Rachin. Mathieu cambia umori e atmosfera della scuola impartendo lezioni di musica corale, che lo portano a scoprire l’impressionante talento del ribelle Pierre Morhange, figlio di Violette, una donna single bella e affettuosa.
Il regista Christophe Barratier fa centro al primo colpo nel lungometraggio ambendo al sentimento d’ingiustizia e d’abbandono che avverte ogni bambino i cui genitori sono assenti o scomparsi (come un po’ tutte le opere prime, anche questa è autobiografica?). Barratier, chitarrista di livello internazionale e già affermato produttore cinematografico, realizza un quadro di intensa sensibilità in cui tutti gli elementi sono al loro posto, liberi di esprimersi: c’è la voglia di reagire e la malinconia dei bambini; l’insegnante bravo e intelligente; il guardiano ingenuo e generoso; il direttore duro e politico; la madre triste e innocente; il flash-back dal passato; la forza della musica; l’happy-end delle migliori fiabe. Tutto così perfetto che pare troppo perfetto! Difficile che piaccia alla maggior parte della critica (come tutti i film studiati troppo a tavolino) ma non si può negare che tutti gli elementi sono in sintonia come le giovani voci del coro di Mathieu.
Il nocciolo della matassa è: perché voler restare per forza freddi ad una storia che è molto fiabesca ma tremendamente accattivante? È proprio qui che va pescata la bravura di Barratier: la sceneggiatura sarebbe stata pedante e mielosa, e di conseguenza irritante, messa in scena da qualsiasi artigiano di Hollywood, mentre con lui è ubriacante di atmosfera e magia, oltre che di fantastica complicità
Le musiche e, più precisamente, i cori sono da menzione speciale.
Vero film per famiglie, è una bella fiaba per grandi e piccini, che ti ricorda come da una realtà dura e squallida ci si può risollevare verso una vita di successo morale, non tramite l’arrivo di un angelo travestito da professore (anche Mathieu era in crisi e anche per lui l’esperienza della scuola è stata importante per tornare a vivere) ma con un unione fraterna di anime.
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CENTOCHIODI |
allegorico/commedia
Produzione: Italia
Anno: 2005
Durata: 92 minuti
Produzione: LUIGI MUSINI E ROBERTO CICUTTO PER CINEMA11 E RAI CINEMA
Distribuzione: MIKADO (2007)
Regia: Ermanno Olmi
Soggetto: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Musiche: Fabio Vacchi
Interpreti:
il professore: Raz Degan
Luna Bendandi
Amina Syed
Michele Zattara
Damiano Scaini
Franco Andreani
Un giovane e attraente professore universitario di filosofia si rende improvvisamente irreperibile. È infatti ricercato per un reato del tutto insolito: ha letteralmente inchiodato al pavimento e ai tavoli di una biblioteca ricca di antichi manoscritti e incunaboli quegli stessi volumi preziosi che avevano nutrito la sua formazione. Mentre i carabinieri lo cercano, il professore trova rifugio sulle rive del Po, a Bagnolo San Vito, dove una piccola comunità gli offre riparo e accoglienza.
Ermanno Olmi, classe 1931, ha deciso, da spirito libero quale è sempre stato: Centochiodi è il suo ultimo film di fiction. D'ora in avanti tornerà al primo amore o, meglio, al mezzo espressivo che per primo ha incontrato sulla sua strada artistica: il documentario. Ecco allora che questa 'storia' diventa una sorta di testamento autoriale. Cosa preme di più al settantaseienne autore? Gli preme, ancora una volta, guardare alla Fede attraverso l'uomo. Un uomo liberato dal vincolo del rigore della Legge che, per interessi del tutto umani, si pretende essere metro di tutte le cose. La parola, la parola scritta, codificata nei libri non vale un caffè con un amico. Olmi contro la lettura quindi? Assolutamente no. Olmi contro l'agitare i Libri (di qualsiasi fede e religione) per nascondere dietro quelle pagine, di cui ci si proclama unici e indefettibili interpreti, progetti di egemonia culturale o politica. Il Sacro per il regista è troppo importante per essere chiuso entro limiti. "Ma pur necessari, i libri non parlano da soli" afferma l'epigrafe che apre il film.
Chi parla veramente al cuore e alla mente del protagonista, un Gesù Cristo in autoesilio dal mondo freddo della 'Cultura', sono quegli umili che vivono sulle sponde del Po (fiume amato da Olmi che già ne aveva cantato la magia in un documentario) che sono capaci di accogliere con piena naturalezza (senza neppure far mancare quella carnalità che può anche sfociare nel motteggio volgare) lo Sconosciuto. Magari anche aiutandolo a riparare un tugurio, ricevendo poi in modo disinteressato la sua solidarietà nel difendere quegli argini che il mercantilismo cieco vorrebbe deturpare. È proprio in questa genuina umanità che si rispecchia il senso della vita secondo Olmi ed è un po' un peccato che il doppiaggio delle fasi iniziali del film e quello del valido Raz Degan (a riprova che i Maestri sanno trovare il talento là dove altri hanno visto solo l'esteriorità) in qualche modo ne falsino la compattezza, non solo stilistica ma anche sonora. Meglio sarebbe stato se Degan avesse parlato in quel suo italiano stentato che lo avrebbe fatto diventare un 'Cristo' venuto da lontano e ancor più pronto (rispetto a quello un po' declamatorio che ci offre il doppiatore) a 'imparare' dall'uomo che fa del dialetto il mezzo di comunicazione della sua saggezza popolare. Nonostante questo il film rimane nella mente e nel cuore spingendoci ad attendere il suo ritorno sugli schermi con i documentari che già sta realizzando.
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GOODBYE LENIN! |
drammatico/Commedia
Produzione: Germania
Anno: 2003
Durata: 121 minuti
Produzione: X-FILME CREATIVE POOL, WDR, ARTE
Distribuzione: LADY FILM
Regia: Wolfgang Becker
Soggetto: Bernd Lichtenberg, Wolfgang Becker
Sceneggiatura: Wolfgang Becker, Bernd Lichtenberg
Fotografia: Martin Kukula
Musiche: Yann Tiersen
Interpreti:
Alex: Daniel Brühl
Christiane Kerner: Katrin Sass
Lara: Chulpan Khamatova
Denis: Florian Lukas
Rainen: Alexander Beyer
Robert Kerner: Burghart Klaußner
Ariane: Maria Simon
Dopo una prima parte del film che ripercorre velocemente l'infanzia del protagonista (con l'infanzia caratterizzata dalla fuga nella Germania Occidentale del padre), si arriva al 1989. Christiane (Katrin Sass) vive nella Germania dell'Est ed è una socialista convinta. La donna cade in coma poco prima della caduta del muro di Berlino. Quando si risveglia, otto mesi dopo, il mondo nel quale vivono è compoletamente cambiato, non soltanto per il cambio di ordinamento politico, ma pure per l'arrivo del capitalismo e del consumismo, di nuovi stili di vita e per l'apertura delle frontiere. Il figlio Alex tenta di evitarle lo shock e fa di tutto per evitare che la madre scopra che il paese è "caduto nelle mani dei capitalisti".
Si alternano momenti comici (soprattutto quando il figlio ricrea dei notiziari TV tipici della televisione statale socialista per spiegare e mascherare alla madre i cambiamenti che inevitabilmente la donna percepisce o vede) con altri drammatici o che portano una forte malinconia e una riflessione sul tema della verità e delle conseguenze che un cambiamento storico così forte ha prodotto nella vita della gente. Difficile arrivare al termine del film senza lacrime agli occhi.
Campione di incassi in Germania. Che fare quando la storia va avanti per tenere tranquilli coloro i quali credevano di essere nel giusto? Raccontargli menzogne come gli venivano raccontate prima. Con la non secondaria differenza che a Lenin si è detto goodbye ma il futuro non è rose e fiori. Satira ben calibrata quella di questo film che i tedeschi (e in particolare i berlinesi) hanno gradito moltissimo. Nel film non c'è un pacchetto di caffè o di sigarette che non ricordi loro un passato recente e non piacevole.
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OGNI COSA E' ILLUMINATA |
Drammatico/Commedia/Avventura
Produzione: USA
Anno: 2005
Titolo Originale EVERYTHING IS ILLUMINATED
Durata: 102 minuti
Tratto dal ROMANZO DI JONATHAN SAFRAN FOER
Produzione: WARNER INDEPENDENT PICTURES, TELEGRAPH FILMS, STILLKING FILMS
Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
Regia: Liev Schreiber
Soggetto: Jonathan Safran Foer
Sceneggiatura: Liev Schreiber
Fotografia: Matthew Libatique
Musiche: Paul Cantelon
Interpreti:
Jonathan: Elijah Wood
Alex: Eugene Hutz
Lista: Laryssa Lauret
Foer: Jonathan Safran
Nonno di Jonathan: Stephen Samudovsky
Nonno di Alex: Boris Leskin
Magnifica sorpresa, il primo film diretto dall’ attore Liev Schreiber, americano trentottenne (il titolo completo sarebbe Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato) è divertente, commovente, unico: ricco di umorismo, di tragedia, di complicità, tratto dal racconto di Jonathan Safran Foer. Un giovane ebreo americano (è Elijah Wood del Signore degli anelli), collezionista di ricordi della propria famiglia, va in Ucraina per cercarne; nel viaggio è accompagnato dalla agenzia Heritage Tours, rappresentata da nonno e nipote sgangherati e da un’automobile scalcinata; non trova il villaggio ebreo che cercava, ma una vecchia signora che conserva memorie di tutto il paese, 1800 persone sterminate dai nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Al viaggio ha partecipato anche una cagnetta «mentalmente degenerata», di nome Sammy Davis junior junior. Lungo le strade ucraine (in realtà della Repubblica Ceca dove il film è stato realizzato) s’incontrano MacDonald’s, ragazzi con lo skateboard e con felpe di università americane, briose orchestrine che accolgono i turisti suonando l’inno sovietico. Alex, l’accompagnatore ucraino, ha paura degli operai, parla una lingua fantasiosa ed elementare che fa ridere (doppiaggio eccellente), ha grandi ambizioni: «Anche a me piace scrivere, ma so di essere nato per fare il commercialista» (in realtà è un ucraino installato a New York, voce della band Gogol Bordello). Il nonno-autista, bisbetico e scostante, incontra se stesso e un passato di insopportabile vergogna. La luna sta nel cielo anche di giorno: il mondo è alla rovescia.
Intelligente, spiritoso, pieno di invenzioni, di tenerezza e di senso della vita, Ogni cosa è illuminata, con il suo protagonista che sembra Buster Keaton oppure Clark Kent, la versione in borghese di Superman, è davvero un film singolare e affascinante.
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VAI E VIVRAI |
Drammatico
Produzione:
Francia
Anno: 2005
Durata: 140 minuti
Regia: Radu Mihaileanu
Soggetto: Radu Mihaileanu
Sceneggiatura: Radu Mihaileanu, Alain-Michel Blanc
Fotografia: Rémy Chevrin
Musiche: Armand Amar
Interpreti:
Moshe Abeba
Roschdy Zem
Yael Abecassis
Sirak M. Sabahat
Moshe Agazai
Roni Hadar
Raymonde Abecassis
Rami Danon
Meskie Shibru-Sivan
Taluni sostengono che il nome Africa derivi dal termine arabo "afer", polvere. Lo chiamiamo continente nero, ma lo immaginiamo da sempre marrone. Polvere ovvero terra, tanta. E a ruota povertà, migrazioni interne, lotte fratricide che seppur di facciata abbiano la scusa "etnica" e "religiosa" nascono sempre e solo per accaparrarsi un pezzo di pane.
Nel 1984 centinaia di migliaia di africani, costretti dalla carestia, abbandonano i rispettivi paesi natali per il Sudan. Grazie all'iniziativa dello stato d'Israele e degli Stati Uniti (la cosiddetta operazione Mosè), moltissimi ebrei etiopi furono portati in Israele, salvandosi quindi da una vita fatta essenzialmente di stenti e sofferenze. Tra i tanti giudei dalla pelle scura "giustamente" da "riportare alla base", può capitare che si infiltri qualche disperato, intento solo a fuggire dall'Africa. E' il caso di un bambino cristiano che, arrivato nella sua nuova patria, verrà chiamato Schlomo. Lasciata la madre in Sudan, sarà adottato (con la convinzione che sia un ebreo) da una famiglia israeliana. Crescerà (ne seguiamo le gesta fino ai giorni nostri) nascondendo a tutti il suo segreto, roso da dubbi e rimorsi. Attorno a lui un paese in evoluzione che conoscerà (ancora) la guerra, il razzismo (verso gli ebrei neri), i tentativi vani di pace e quelli riusciti di democrazia…
"Vai, vivi e diventa". Lo dice la mamma a Schlomo, ed è quello che lui esegue. Nel film questa frase corrisponde ai tre periodi della vita del protagonista che ci vengono mostrati: l'approccio con la nuova realtà caratterizzato dalla diffidenza sia di chi riceve sia di chi arriva, la maturazione e l'ambientazione col nuovo mondo ed infine la presa di coscienza sulla propria identità che chiude il cerchio.
"Vai e vivrai" di Radu Mihaileanu (Train de vie) è un racconto imponente sia per durata (due ore e 20) che per complessità e quantità di tematiche (sociali e storiche) affrontate. Seppur il tono sia sempre serioso, non si tratta di film-mattone, anzi... Si sente, si legge e si vede spesso del medio oriente, ma sempre a proposito del conflitto israeliano-palestinese. Una situazione tanto importante da oscurare qualsiasi altra storia interna legata alla costruzione di una nazione, di un popolo. Ma il dramma di Schlomo può comunque essere decontestualizzato dal restante. La sua è una storia di un uomo alla ricerca della propria identità, una persona che non vuol rinnegare le sue origini perché sa che il suo futuro, le sue ramificazioni, dipendono dalle radici. La mamma, la madre Africa: terra da toccare con i piedi scalzi così come si fa quando si gira nella propria abitazione. Perché si può vagare alla ricerca di un po' d'acqua, ma una volta trovata finisce sempre che ci si vada a dissetare in casa… |
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MISSION |
Drammatico - Storico
Produzione: Gran Bretagna
Anno 1986
Durata 121
Regia: Roland Joffé
Soggetto: Robert Bolt
Sceneggiatura: Robert Bolt
Fotografia: Chris Menges
Musiche: Ennio Morricone
Interpreti:
Robert De Niro
Jeremy Irons
Ray McAnally
Aidan Quinn
Cherie Lunghi
Ronald Pickup
Chuck Low
Il cinema torna a raccontare antiche lacerazioni nel mondo religioso e a rievocare orrori commessi in nome di Dio. Mission rappresenta un capitolo importante di questa tendenza, riconosciuto come tale dalla Palma d'oro a Cannes del 1986, e, pur essendo un copione originale di Robert Bolt, ha le sue origini remote nel dramma dell'espatriato austriaco Fritz Hochwälder, Il sacro esperimento. L'esperimento è quello comunitario (o comunistico?) che i gesuiti condussero nel cuore del Sudamerica verso la metà del '700, cercando di organizzare gli indios in pacifiche missioni autogestite. Per oscure ragioni di potenza e gloria, legate alla politica europea, gli esperimenti finirono in un massacro generale. E Roland Joffé, che in Urla del silenzio aveva rievocato i recenti massacri in Cambogia, fa un passo indietro nel tempo per dimostrare che la storia non è maestra della vita. La tragedia della missione San Carlos, dove i sacerdoti cadono combattendo accanto ai selvaggi sotto le armi dei mercenari portoghesi, è inquadrata in un melodramma forse inutile: la crisi di un uomo d'armi, Robert De Niro, che rinuncia alla violenza e si fa gesuita dopo aver ucciso il proprio fratello, ma torna a combattere fino alla morte nel momento dell'ultimo assalto. Paesaggi emozionanti, scene di guerra e pace efficacemente realizzate, molti nomi italiani (fra i quali l'ideatore del film, Fernando Ghia), una lodevole ricerca di sposare spettacolarità e impegno. Anche qualche accademismo, qualche risvolto ovvio; e, forse, una rappresentazione troppo idillica della vita nelle comunità miste di religiosi e indios. De Niro è efficace soprattutto nelle scene della sua marcia penitenziale nella giungla, ma il personaggio vincente è toccato al maturo attore irlandese Ray McAnally al primo ruolo importante nel cinema: un cardinale tra machiavellico e angosciato, che tira le fila dell'incidente in una lettera al papa. |
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GATTO NERO GATTO BIANCO |
commedia - grottesco
Produzione: Francia, Germania e Jugoslavia
anno: 1998
durata: 120 minuti
Regia: Emir Kustorica
Sceneggiatura: Emir Kusturica - Gordan Mihic
Fotografia: Thierry Arbogast - Michel Amathieu
Musiche: Dejan Sparavalo - Dr. Nele Karajlic - Vajislav Aralica
Interpreti:
Bajram Severdzan
Srdjan Todorovic
Branka Katic
Florijan Ajdini
Ljubica Adzovic
Zabit Memedov
Sabri Sulejmani |
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Ambientata, come Il tempo dei gitani (1989) ma senza la sua dimensione drammatica, tra gli zingari slavi, “il solo popolo che non cambia mai e che sfiora quella che noi chiamiamo civiltà senza lasciarsene contaminare” (E. Kusturica), la storia procede per accumulazione e fa capo a: 1) una coppia di vecchi, amici e ricchi, un boss delle discariche e un industriale del cemento; 2) una coppia di adulti, antagonisti benché complici in affari loschi; 3) un quartetto di giovani che, dopo un grottesco carosello di avventure buffonesche, approdano felicemente a un doppio matrimonio. Finanziato da un pool di reti televisive europee (Italia esclusa), parlato in dialetti gitani, girato in Slovenia e sulle rive del Danubio in Serbia, scritto con Gordan Mihi?, il 6° film di Kusturica (Sarajevo, 1954) “è un fantastico affresco contraddittorio e onnicomprensivo, travolgente di vitalità, di divertimento, d'intelligenza e d'allegria” (Lietta Tornabuoni). Sconnesso, illustrativo, faticoso e un po' stremante nella prima ora che risente del progetto primitivo (un documentario sul gruppo Musika Akrobatika che aveva suonato in Underground), prende il volo nella seconda parte che ha ricchezza di invenzioni comiche e picaresche, coloriti ed esagitati personaggi “più grandi della vita”, insolente visionarietà, ritmo trascinante. E una spudorata gioia di fare cinema, raccontando per immagini. Rimane il sospetto dell'accademismo, sia pure di alta classe, e l'ombra di un'adesione troppo compiaciuta agli stereotipi. Leone d'argento per la regia a Venezia 1998.
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